Un personaggio costruito a tavolino con l’intelligenza artificiale sta facendo proseliti tra i nazionalisti britannici, e la cosa inquietante è che quasi nessuno se ne accorge. Si chiama Danny Bones, ha la testa rasata, il bomber col risvolto trapuntato, jeans e stivali pesanti. Incarna fino all’ultima cucitura lo stereotipo dello skinhead da periferia inglese, il militante working class di estrema destra che grida contro l’immigrazione e sogna deportazioni di massa. Solo che non è una persona vera. Non è mai esistito. Eppure il suo seguito online sta crescendo in modo piuttosto rapido, alimentato da brani musicali, video e post sui social che giocano sulla propaganda razzista e nazionalista con una naturalezza che inganna parecchi utenti.
Uno dei pezzi più condivisi di Danny Bones si intitola This Is England e racconta la frustrazione per le frontiere aperte, le strade dipinte come terre di nessuno e un’identità nazionale che si starebbe dissolvendo. Altri suoi contenuti vanno oltre, fantasticando apertamente su mobilitazioni popolari e pulizia etnica. Alcuni politici reali, come Nick Buckley del partito di estrema destra Advance UK, hanno addirittura usato i suoi video per farsi campagna elettorale in tornate amministrative locali. Buckley, per la cronaca, ha perso. Ma il punto non è quello.
Danny Bones, chi si nasconde dietro il rapper generato dall’AI
Danny Bones è il prodotto di un collettivo che si fa chiamare The Node Project, un gruppo di influencer il cui obiettivo dichiarato è creare contenuti capaci di diventare virali in modo organico, senza inserzioni pubblicitarie o campagne marketing. L’idea, almeno sulla carta, è quella di lasciare tutto gratuito e libero di circolare. Per molti osservatori, però, questa è poco più che una copertura per far girare materiale tossico, divisivo e apertamente propagandistico a costo praticamente zero.
E qui sta il nodo più preoccupante. A un occhio anche solo vagamente allenato, i contenuti di Danny Bones tradiscono abbastanza chiaramente la loro origine artificiale. Ma nel vortice dello scrolling compulsivo che caratterizza la navigazione quotidiana della maggior parte delle persone, certi dettagli scivolano via senza lasciare traccia. E intanto il messaggio attecchisce.
L’inchiesta giornalistica e il paradosso della visibilità
A smascherare il rapper inesistente è stato il Bureau of Investigating Journalism, organizzazione no profit indipendente che riunisce giornalisti e reporter da tutto il mondo. L’inchiesta ha messo in luce gli effetti corrosivi di questa forma di propaganda digitale: contenuti a budget zero ma con un potenziale deflagrante in termini di fake news e teorie della cospirazione.
