L’ipotesi di un’operazione militare americana in Iran per impossessarsi dell’uranio altamente arricchito del paese sta prendendo forma concreta nelle stanze del Pentagono e della Casa Bianca. Il presidente Donald Trump e i vertici del dipartimento della Difesa starebbero valutando l’invio di truppe di terra in Iran. Quali reparti verrebbero schierati, come verrebbe recuperato il materiale nucleare, dove finirebbe una volta portato via. Domande enormi, con risposte ancora tutte da scrivere.
Il segretario di Stato Marco Rubio, durante un briefing al Congresso a inizio mese, ha parlato chiaro: “Dovranno andare a prenderlo”, riferendosi proprio a una possibile operazione di terra in Iran. E i segnali che la missione non sia solo teoria si moltiplicano. Il Pentagono avrebbe in programma il dispiegamento imminente di 3.000 soldati della 82esima Divisione aviotrasportata, un reparto specializzato in operazioni di ingresso forzato. Quando il governo iraniano ha respinto il piano in 15 punti proposto da Trump, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt non ha usato mezzi termini. Il presidente “è pronto a scatenare l’inferno” in caso di mancato accordo. Una frase che ha fatto sobbalzare più di qualche legislatore.
Due esperti di sicurezza nucleare hanno provato a tracciare i contorni probabili di un’operazione simile, e il quadro che ne esce è a dir poco complicato. Spencer Faragasso, ricercatore presso l’Institute for Science and International Security, lo definisce senza giri di parole. Un’operazione di terra con forze speciali supportate da un esercito più ampio sarebbe “estremamente, estremamente rischiosa e, in ultima analisi, irrealizzabile”.
Iran, dieci siti nel mirino e montagne di macerie
Jonathan Hackett, ex specialista delle operazioni dei Marines, ha identificato fino a 10 possibili obiettivi sparsi per il territorio iraniano. I reattori di ricerca di Isfahan, Arak e Darkhovin, gli impianti di arricchimento di Natanz, Fordow e Parchin, le miniere di Saghand, Chine e Yazd, e la centrale elettrica di Bushehr. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Isfahan ospiterebbe la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%. Una soglia che potrebbe sostenere una reazione nucleare a catena, anche se per le armi si parla generalmente del 90%.
Otto di questi dieci siti sarebbero stati in gran parte sepolti dai raid aerei israelo-statunitensi del giugno scorso. E poco prima della guerra, l’Iran avrebbe riempito di terra i tunnel d’ingresso dell’impianto di Isfahan. Questo significa che i soldati dovrebbero portare sul posto escavatori e attrezzature pesanti capaci di spostare quantità enormi di detriti solo per accedere al materiale, immagazzinato sotto forma di esafluoruro di uranio in grandi vasche di cemento. Una versione “più leggera” dell’operazione sfrutterebbe principalmente attacchi aerei per intrappolare l’uranio nelle strutture, distruggendo gli ingressi e facendo crollare i tetti.
Chi entrerebbe per primo e cosa succede dopo
Hackett ritiene che i negoziati di Trump con l’Iran siano “probabilmente uno stratagemma” per spostare le truppe sul campo. L’operazione inizierebbe con bombardamenti aerei nelle aree circostanti, seguiti dall’avanzata dei soldati con la “copertura del buio” e una resistenza armata lungo il percorso. Per la fase più delicata entrerebbero in gioco unità come la Delta Force o il Seal Team 6, entrambe addestrate specificamente al contrasto delle armi di distruzione di massa, con meno di 72 ore di preavviso e simulazioni in località americane che riproducono i siti obiettivo.
Dietro queste unità d’élite agirebbero gli specialisti del 20° Comando Cbrne, che comprende le uniche tre squadre per la disattivazione nucleare dell’esercito statunitense, equipaggiate con visori notturni, rilevatori di radiazioni e kit di decontaminazione. Se il materiale venisse recuperato con successo, l’opzione più sicura sarebbe il trasferimento negli Stati Uniti. Qui verrebbe diluito per ridurne il livello di arricchimento, con stoccaggio in un luogo segreto, probabilmente in New Mexico o Colorado, sotto la gestione del dipartimento dell’Energia. “Questa sarebbe un’impresa molto grande e molto rischiosa”, ha commentato Faragasso.
