Il tremore vulcanico sull’Etna ha registrato un’impennata improvvisa a partire dalle 11:50 del 27 marzo scorso, facendo scattare l’attenzione di tutta la comunità scientifica. I sismografi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia hanno rilevato un passaggio rapido da valori medi a valori alti, con frequenze elevate e oscillazioni tutto sommato contenute. Un segnale che, sulla carta, potrebbe sembrare chiaro. E invece no, perché c’è qualcosa che rende la situazione molto più complessa del previsto.
Il vulcano parla, ma qualcosa disturba il segnale
Diversi studiosi lo ripetono ormai da settimane: l’Etna sta cercando di comunicare qualcosa, ma il messaggio arriva distorto. Il problema non è tanto la mancanza di dati, quanto la presenza di un elemento anomalo che offusca le strumentazioni sismiche. Una sorta di “rumore di fondo” che si sovrappone ai segnali naturali del vulcano, rendendo difficile distinguere ciò che conta davvero da ciò che è solo interferenza. E quando si parla di un vulcano attivo come l’Etna, non riuscire a leggere correttamente i segnali è un problema serio.
Questa strana presenza, che gli esperti non hanno ancora caratterizzato con certezza, agisce come un filtro tra il vulcano e chi lo monitora. Non è la prima volta che succede qualcosa di simile su vulcani attivi in giro per il mondo, ma nel caso dell’Etna la questione assume un peso particolare. Si tratta del vulcano più alto d’Europa, situato in una zona densamente abitata, e ogni variazione nel tremore vulcanico viene seguita con estrema attenzione proprio per le possibili ricadute sulla popolazione.
Cosa significa questo balzo nei valori del tremore
Il fatto che l’ampiezza media del tremore sia passata in pochi minuti da livelli ordinari a livelli alti non va preso alla leggera, ma nemmeno va interpretato automaticamente come il preludio di una nuova eruzione. L’Etna è un vulcano che fa spesso le cose a modo proprio. Può dare segnali forti e poi calmarsi, oppure eruttare senza troppi preavvisi. La storia recente lo dimostra ampiamente.
Le frequenze elevate registrate dai sismografi dell’INGV suggeriscono un movimento di fluidi in profondità, che potrebbe essere magma in risalita oppure gas che si fanno strada attraverso il sistema di condotti interni. Le oscillazioni contenute, però, indicano che il fenomeno non si è ancora tradotto in un’attività esplosiva vera e propria. È una fase di transizione, insomma, e proprio per questo serve la massima cautela nell’interpretazione.
Quello che rende tutto più complicato è che la strana interferenza sulle strumentazioni impedisce di avere un quadro davvero nitido. Gli studiosi stanno lavorando per isolare il disturbo e capire se abbia un’origine naturale o se dipenda da fattori esterni. Nel frattempo, il monitoraggio dell’Etna prosegue senza sosta, con tutti i sensori puntati sul cratere sommitale e sulle bocche laterali. La rete di sorveglianza dell’INGV resta operativa 24 ore su 24, con aggiornamenti frequenti sulla situazione del tremore vulcanico e su eventuali variazioni nei parametri geochimici e deformativi del vulcano.
