I Campi Flegrei continuano a dare segnali tutt’altro che rassicuranti: il suolo non smette di salire e, al febbraio 2026, il sollevamento registrato al Rione Terra di Pozzuoli ha toccato quota 162,5 centimetri. Un dato senza precedenti nell’attuale fase di crisi, che ormai va avanti da vent’anni buoni. E mentre il terreno si alza, i terremoti non restano a guardare. Nella prima settimana di marzo 2026 sono state registrate 47 scosse, la più forte di magnitudo 2.4. La temperatura media della fumarola nel cratere della Solfatara ha raggiunto circa 173 gradi centigradi, segno che il sistema idrotermale sotto Napoli si sta progressivamente riscaldando. In mezzo a tutto questo, un nuovo studio pubblicato sulla rivista Communications Earth and Environment propone uno strumento inedito per provare ad anticipare il comportamento sismico della caldera.
Un fenomeno antico che non smette di fare paura
Il bradisismo flegreo è roba vecchia di secoli. La traccia più famosa resta quella incisa sulle colonne del Serapeo di Pozzuoli, l’antico mercato romano dove i fori lasciati dai molluschi marini raccontano come il suolo sia sprofondato sott’acqua e poi riemerso più volte nel tempo. Negli anni Settanta e Ottanta del Novecento la crisi fu talmente seria da costringere all’evacuazione di interi quartieri di Pozzuoli, con un sollevamento complessivo di circa 3,5 metri e danni pesanti agli edifici. Fasi simili, anche se meno intense, si erano verificate tra il 1950 e il 1952 e poi tra il 1969 e il 1972. L’ultima eruzione vera e propria, però, risale al 1538, quando nacque il Monte Nuovo, dopo oltre un secolo di sollevamento del suolo. E oggi la situazione presenta analogie con quella fase storica, una circostanza che i vulcanologi non prendono affatto alla leggera.
Dal 2023 la frequenza dei terremoti ai Campi Flegrei è andata crescendo in modo progressivo. Scosse significative hanno scandito gli ultimi anni: magnitudo 4.2 e 4.0 tra settembre e ottobre 2023, poi magnitudo 4.4 il 20 maggio 2024, evento che spinse il governo a dichiarare la mobilitazione straordinaria della Protezione Civile. Il 13 marzo 2025 una scossa di magnitudo 4.6, nel pieno di uno sciame sismico, colpì in modo particolare il quartiere di Bagnoli. A febbraio 2025 si era già registrato uno sciame di 672 eventi con magnitudo massima di 3.9.
Un modello ibrido per leggere il futuro della caldera
È esattamente in questo scenario che si inserisce il lavoro del team guidato dal professor Sebastian Hainzl del Centro Helmholtz per le Geoscienze (GFZ) di Potsdam, insieme al professor Torsten Dahm e alla dottoressa Anna Tramelli dell’INGV. Il gruppo ha analizzato cataloghi sismici e misurazioni altimetriche che risalgono addirittura al 1905, cercando di capire perché i terremoti ai Campi Flegrei si comportino così. E la risposta non era per niente ovvia. La frequenza dei sismi, infatti, non cresce semplicemente in proporzione alla velocità con cui il suolo sale. Dal 2005 la relazione è diventata marcatamente non lineare, con un’accelerazione che i modelli tradizionali non riuscivano a spiegare.
La soluzione è arrivata combinando due approcci diversi. Per i fenomeni di lungo periodo, quelli che coprono l’andamento della sismicità nell’arco di decenni, i ricercatori hanno applicato il modello Rate and State, che descrive il comportamento di attrito e fratturazione delle rocce sulla base di esperimenti di laboratorio. Per gli sciami sismici a breve termine, invece, il meccanismo dominante sembra essere un altro: non tanto il sollevamento in sé, quanto le interazioni tra singoli eventi e le probabili intrusioni episodiche di fluidi nel sottosuolo.
In questi fenomeni entra in gioco il modello ETAS (Epidemic Type Aftershock Sequence), lo strumento statistico standard che descrive come i terremoti si “contagino” a vicenda generando repliche. La vera novità dello studio sta nell’aver fuso i due approcci in un unico modello ibrido, capace di riprodurre sia l’andamento dei terremoti con magnitudo superiore a 3 dal 1960, sia la sismicità più minuta osservata dal 2005. E i test su dati storici hanno dimostrato che funziona anche in senso predittivo, fornendo stime probabilistiche sulla frequenza dei terremoti e sulla magnitudo massima attesa su scale che vanno dalle settimane ai mesi.
Una corsa contro il tempo in una delle aree più abitate al mondo
Il contesto in cui questo strumento arriva non potrebbe essere più delicato. La situazione attuale ai Campi Flegrei mostra sollevamenti del suolo e terremoti di magnitudo paragonabili a quelli della crisi bradisismica del 1982 e 1984, anche se finora senza i danni diffusi di allora. Il governo italiano ha risposto con misure straordinarie: la legge di Bilancio 2025 ha stanziato oltre 100 milioni di euro per la riqualificazione sismica del patrimonio edilizio privato nell’area flegrea, e a ottobre 2025 la Protezione Civile ha approvato i nuovi livelli di allerta per il vulcano.
Nel frattempo, come spiega la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano Lucia Pappalardo, il bradisismo è ancora pienamente attivo. Il motore è il degassamento, con circa 1.300 tonnellate al giorno di CO₂ rilasciate nella zona della Solfatara. Il rallentamento registrato nella velocità di sollevamento nelle ultime settimane, circa 10 millimetri al mese a marzo 2026, meno della metà del picco toccato un anno prima, non significa che la crisi si stia esaurendo. Il nuovo modello del GFZ e dell’INGV non promette certezze assolute, perché nessuno strumento scientifico può dire con precisione quando e se un vulcano erutterà, ma aggiunge un tassello importante alla capacità di valutare il rischio in tempo reale in una delle aree vulcaniche più densamente abitate del pianeta.
