Un sottomarino nucleare sovietico affondato durante la Guerra fredda sta silenziosamente rilasciando materiale radioattivo nelle profondità del Mar di Norvegia. Non è una novità in senso stretto, perché il relitto viene monitorato da decenni, ma una nuova indagine pubblicata sulla rivista Pnas ha finalmente messo nero su bianco quello che molti temevano: il reattore si sta degradando, e periodicamente emette pennacchi visibili di sostanze radioattive. A condurre lo studio è stato un team coordinato dalla Norwegian Radiation and Nuclear Safety Authority, che ha esaminato in dettaglio lo stato del relitto e i rischi ambientali collegati.
Il sottomarino nucleare in questione è il Komsomolets, affondato nell’aprile del 1989 in seguito a un incendio scoppiato a bordo. Alimentato da un reattore nucleare e dotato di due testate nucleari, il Komsomolets portò con sé sul fondo quasi tutto l’equipaggio. Una tragedia umana enorme, che però lasciò anche un problema ambientale destinato a durare nel tempo: un relitto radioattivo adagiato a 1.680 metri di profondità. Fin dagli anni Novanta le autorità norvegesi hanno tenuto sotto osservazione il sottomarino nucleare, scoprendo presto che lo scafo era gravemente danneggiato e che l’acqua marina aveva raggiunto i siluri nucleari. Nel 1994 questi vennero sigillati, ma le indagini annuali successive continuarono a rivelare la presenza di isotopi radioattivi nell’acqua circostante.
Pennacchi radioattivi e livelli fuori scala: cosa dicono i nuovi dati
Nel 2019 i ricercatori hanno fatto un passo avanti significativo. Utilizzando un veicolo sottomarino a controllo remoto (ROV), sono riusciti a prelevare campioni di acqua, sedimenti e organismi viventi per capire meglio l’entità della perdita di materiale radioattivo, la sua origine e gli effetti sull’ecosistema. Quello che è emerso è piuttosto inquietante, almeno a prima vista: la fuoriuscita non è costante, ma si manifesta con improvvisi sbalzi da punti specifici lungo lo scafo, sotto forma di pennacchi ben visibili. I campioni prelevati direttamente da questi pennacchi hanno rilevato livelli di stronzio e cesio che, in prossimità del sottomarino nucleare, risultavano rispettivamente 400 mila e 800 mila volte superiori ai livelli tipici di questi radionuclidi nel Mar di Norvegia. Numeri che fanno impressione.
Eppure c’è un dato che ridimensiona parzialmente l’allarme. A pochi metri dal relitto, la contaminazione diminuisce in modo drastico. Gli isotopi si dissipano rapidamente nell’acqua di mare circostante, e dopo oltre 30 anni di emissioni dal reattore ci sono poche prove di un accumulo significativo di radionuclidi nell’ambiente intorno al sottomarino. I campioni raccolti su spugne, coralli e anemoni che vivono e crescono direttamente sul relitto mostrano livelli leggermente elevati di cesio radioattivo, ma nessun segno evidente di danni biologici.
Nonostante questi elementi relativamente rassicuranti, il team di ricercatori non abbassa la guardia. Il relitto del Komsomolets resta una minaccia ambientale che richiede sorveglianza continua.
