Le emissioni di gas serra prodotte dai conflitti armati rappresentano una delle conseguenze più sottovalutate della guerra. Perché se le macerie, le città rase al suolo e le vite spezzate sono sotto gli occhi di tutti, esiste anche una scia invisibile che pesa enormemente sul pianeta. E i numeri, quando emergono, fanno davvero impressione.
In appena due settimane di bombardamenti e distruzioni, un singolo conflitto può generare emissioni paragonabili a quelle di intere nazioni nel corso di un anno. Sembra un’esagerazione, ma non lo è affatto. Ogni edificio che crolla, ogni infrastruttura che brucia, ogni colonna di mezzi militari in movimento rilascia quantità enormi di CO2 e altri gas climalteranti nell’atmosfera. A questo va aggiunto il costo ambientale della produzione e del trasporto di armi, munizioni, veicoli blindati e carburante necessario per sostenere le operazioni sul campo.
Il punto è che queste emissioni di gas serra legate ai conflitti non vengono quasi mai conteggiate nei bilanci climatici ufficiali. Nessuno le rendiconta, nessuno le inserisce nei report annuali sulle emissioni globali. È un buco enorme, un dato che sfugge sistematicamente alle statistiche. E questo rende ancora più difficile avere un quadro reale di quanto l’attività umana stia effettivamente impattando sul clima.
Quanto inquina davvero un conflitto armato
Quando si parla di impatto ambientale della guerra, bisogna considerare diversi fattori che si sommano tra loro. Non ci sono solo le esplosioni dirette. Ci sono gli incendi che divampano per giorni, a volte settimane, rilasciando particolato fine e sostanze tossiche. Ci sono le infrastrutture energetiche colpite, come raffinerie, depositi di carburante e centrali elettriche, che quando vengono distrutte provocano rilasci massicci di inquinanti. E poi c’è la ricostruzione: produrre cemento, acciaio e materiali edili per rimettere in piedi quello che è stato abbattuto ha un costo carbonico enorme.
Alcuni studi recenti hanno provato a quantificare tutto questo, e i risultati sono piuttosto sconvolgenti. Le emissioni di gas serra generate in poche settimane di conflitto intenso possono equivalere a quelle annuali di paesi con milioni di abitanti. Non piccole isole del Pacifico, ma stati di dimensioni significative.
Un problema che nessuno vuole affrontare
La questione resta largamente ignorata anche nei grandi summit sul cambiamento climatico. Le emissioni militari godono storicamente di una sorta di esenzione diplomatica: già dal Protocollo di Kyoto del 1997, le attività militari vennero escluse dagli obblighi di rendicontazione, e da allora poco è cambiato. Ogni paese può decidere volontariamente se includere o meno i dati relativi alle proprie forze armate nei report climatici nazionali.
Il risultato è che una fetta consistente delle emissioni di gas serra globali resta completamente fuori dal radar. E quando scoppia un conflitto su larga scala, con migliaia di sortite aeree, movimenti di truppe e distruzione sistematica di intere aree urbane, quella fetta diventa ancora più grande. Senza che nessuna conferenza internazionale ne tenga conto in modo strutturato.
