La fisica quantistica sta cambiando radicalmente il modo in cui si guarda alla fine della vita. E no, non si tratta di filosofia o di spiritualità mascherata da scienza: il punto di partenza è uno dei pilastri più solidi della meccanica quantistica, ovvero il principio di conservazione dell’informazione. Secondo questo principio, l’informazione che descrive un sistema fisico non può mai essere davvero distrutta. Mai. Può trasformarsi, disperdersi, diventare irriconoscibile, ma dal punto di vista delle leggi fondamentali del cosmo, resta impressa da qualche parte per sempre.
Questo concetto, che a prima vista sembra quasi astratto, ha implicazioni enormi quando lo si applica a qualcosa di molto concreto: il corpo umano. Ogni atomo, ogni particella, ogni interazione che compone un essere vivente porta con sé un carico di informazione quantistica. Quando un organismo cessa di funzionare, quella informazione non svanisce nel nulla. Si redistribuisce nell’ambiente, si mescola con il resto dell’universo, ma tecnicamente continua a esistere. La fisica moderna suggerisce quindi che l’idea di una scomparsa totale sia, scientificamente parlando, un errore di prospettiva.
Fisica quantistica: cosa dice davvero la scienza sulla “fine”
Attenzione però a non fraintendere. Nessun fisico serio sta dicendo che la coscienza sopravvive alla morte in senso tradizionale, o che esista una qualche forma di aldilà dimostrabile in laboratorio. Il discorso è più sottile e, per certi versi, ancora più affascinante. Il principio di conservazione riguarda l’informazione pura, quella che descrive lo stato di ogni singola particella. È un po’ come dire che il libro della nostra esistenza fisica non viene mai bruciato del tutto: le pagine si strappano, le parole si mescolano con miliardi di altre parole, ma i caratteri restano nell’universo.
Questo principio è stato al centro di uno dei dibattiti più accesi della fisica teorica contemporanea. Stephen Hawking, per esempio, aveva inizialmente sostenuto che i buchi neri potessero distruggere l’informazione, salvo poi ricredersi dopo decenni di confronto con altri scienziati. Oggi il consenso nella comunità scientifica è piuttosto chiaro: l’informazione si conserva. Sempre. È una legge fondamentale, allo stesso livello della conservazione dell’energia.
Oltre la biologia: una nuova lettura della nostra esistenza
Quello che rende tutto questo così interessante è il cambio di prospettiva che impone. La biologia tradizionale descrive la morte come un processo irreversibile in cui un organismo smette di funzionare e si decompone. La fisica quantistica non contraddice questa descrizione, ma la completa aggiungendo un livello di lettura che va oltre. Dal punto di vista quantistico, nessun processo è davvero irreversibile in senso assoluto. L’informazione che componeva quell’organismo è ancora lì, codificata nelle particelle che si sono disperse, nelle radiazioni emesse, nelle interazioni con l’ambiente circostante.
Recuperare quell’informazione è, nella pratica, impossibile. La complessità sarebbe tale da richiedere una conoscenza perfetta dello stato di ogni singola particella dell’universo. Ma il fatto che sia tecnicamente irrecuperabile non significa che sia stata cancellata. E questa distinzione, per quanto possa sembrare sottile, cambia parecchio le cose sul piano teorico.
