Il prezzo dell’oro è sempre stato considerato il punto fermo quando tutto il resto vacilla. Eppure, tra il 17 e il 23 marzo, la quotazione spot (quella con consegna immediata) ha perso circa 470 euro l’oncia in una sola settimana. Un dato che, in un momento pieno zeppo di incertezza tra la guerra in Iran, la crisi in Medio Oriente e una crisi energetica ormai conclamata, sembra francamente assurdo. Ma gli analisti qualche spiegazione ce l’hanno.
Bisogna partire da un fatto: il prezzo dell’oro arrivava da mesi di crescita impressionante. A fine gennaio aveva toccato circa 5.170 euro l’oncia, un record storico che rappresentava un raddoppio nell’arco di un anno. Il meccanismo, va detto, era quello classico. Quando i mercati diventano imprevedibili, tra conflitti militari e tensioni commerciali, gli investitori corrono a comprare oro, e il prezzo sale. Anche le banche centrali hanno contribuito: nel 2025 ne hanno acquistate 863 tonnellate per diversificare le riserve, evitando un’esposizione eccessiva a valute considerate vulnerabili a pressioni politiche. Il dollaro, tanto per fare un nome.
Tutto questo aveva fatto salire il prezzo dell’oro perfino con tassi di interesse alti, cosa che normalmente non succede. L’oro non paga interessi, quindi quando i rendimenti delle obbligazioni salgono, perde appeal. Prima o poi, però, qualcosa doveva dare.
Il ruolo della crisi energetica e della politica monetaria
Bloomberg, con un tempismo quasi profetico, il 19 marzo aveva anticipato quella che sarebbe stata “la più grande perdita settimanale dal 1983” per il prezzo dell’oro. Il ragionamento era questo: la guerra in Iran ha riacceso i timori sull’inflazione attraverso la crisi energetica. Il taglio dei tassi, che molti davano per scontato, è diventato improvvisamente improbabile. E a quel punto è apparso chiaro che l’oro avrebbe continuato a lungo a scontare il suo svantaggio rispetto alle obbligazioni. Mentre scriviamo, la quotazione si aggira intorno ai 4.140 euro l’oncia.
C’è anche un altro pezzo del puzzle. Gli Stati Uniti sono grandi produttori di petrolio e gas naturale. Con lo stretto di Hormuz bloccato dal conflitto, i combustibili fossili sono diventati più scarsi e costosi sul mercato globale, il che rende gli asset denominati in dollari ancora più attraenti per via dei rendimenti più alti. I capitali si sono quindi spostati verso i titoli di Stato americani.
Una spirale al ribasso o semplice volatilità?
Dopo il picco di fine gennaio, molti investitori hanno colto l’occasione per incassare i guadagni. A quel punto sono scattati i meccanismi di stop loss: ordini automatici di vendita che si attivano quando il prezzo scende sotto una certa soglia. Hanno pesato anche i deflussi dagli exchange traded funds (ETF) legati all’oro, quei fondi che ne replicano il prezzo. Quando gli investitori escono, questi strumenti sono obbligati a vendere, spingendo ulteriormente il prezzo verso il basso.
Ma si tratta davvero di una spirale? Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica all’Università di Pisa (autore di “La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale”, edito da Laterza), ha spiegato a Wired Italia che l’oro ormai non è più solo un bene fisico. È il sottostante di tantissimi prodotti finanziari venduti da grandi fondi e inseriti in numerosi fondi pensionistici. Uno strumento speculativo a tutti gli effetti, sensibile alle aspettative dei mercati.
Volpi ha anche sottolineato come, dopo aver raggiunto livelli altissimi per sostituire le esposizioni in dollari e nel debito statunitense, il prezzo dell’oro si sia parzialmente sgonfiato perché comprarlo a cifre così elevate è rischioso per chi gestisce risparmio diffuso e ha bisogno di rendimenti stabili. L’oro “finanziarizzato” è soggetto a impennate speculative e a cadute altrettanto speculative, e probabilmente continuerà a oscillare fino a quando non dovesse emergere chiaramente l’arrivo di una recessione nell’economia reale: a quel punto, la sua impennata potrebbe tornare a essere molto forte.