Il riciclo dei pannelli solari non è più una questione teorica o un tema da convegno. È diventato qualcosa di molto concreto, con numeri, piattaforme e problemi normativi reali. Il Green Deal europeo, quella strategia che fino a poco tempo fa orientava le politiche ambientali del continente, non si limita a spingere verso le zero emissioni nette: punta a costruire un sistema dove il rifiuto viene ridotto al minimo, la discarica lascia spazio al riutilizzo e i materiali preziosi vengono recuperati ogni volta che è possibile. E qui entrano in gioco proprio i pannelli fotovoltaici.
Un pannello solare genera elettricità pulita, certo, ma porta con sé un costo energetico legato alla fabbricazione. Ecco il punto interessante: un dispositivo usato ha già compensato quell’energia durante il suo primo ciclo di vita. Questo lo rende, paradossalmente, ancora più sostenibile di uno appena uscito dalla fabbrica. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea, l’Unione accumulerà tra i sei e i tredici milioni di tonnellate di rifiuti fotovoltaici entro il 2040. Una sfida enorme, ma anche un’occasione, perché questi dispositivi contengono alluminio, rame, argento, silicio. E soprattutto: un pannello solare dismesso non è per forza da smantellare. In media la vita operativa di un pannello arriva a 25 o 30 anni, e dopo vent’anni mantiene circa l’80% della capacità originale.
Il fotovoltaico italiano e la piattaforma KeepTheSun
Le elaborazioni di Italia Solare raccontano che al 31 dicembre 2025 in Italia risultavano connessi oltre due milioni di impianti fotovoltaici, per una potenza complessiva di 43,5 gigawatt. Con il progressivo invecchiamento degli impianti, una parte di questi moduli verrà sostituita, alimentando il mercato secondario. Il consorzio Cobat Raee stima che entro il 2026 si potrebbero recuperare 20mila tonnellate di pannelli solari dismessi solo nel nostro paese.
Nel 2024 Coesa, società di servizi energetici torinese, ha lanciato KeepTheSun, il primo marketplace italiano dedicato ai pannelli fotovoltaici usati. La piattaforma ha finora intercettato e rimesso in circolo oltre 75mila moduli di seconda mano che altrimenti sarebbero finiti allo smaltimento: dispositivi provenienti da privati, da imprese che hanno ammodernato i propri impianti, lotti mai entrati in funzione, eccedenze di magazzino. L’età media dei pannelli rivenduti è di dodici anni, ben lontana dalla soglia di declino dell’efficienza.
Norme, prezzi e il futuro del fotovoltaico di seconda mano
Il problema più grosso, al momento, è di natura normativa. L’ultimo aggiornamento alle regole sul fine vita dei moduli fotovoltaici incentivati risale a marzo 2025. Come ha spiegato Federico Sandrone, amministratore delegato di Coesa, su 37 pagine di prescrizioni appena mezza è dedicata alla commercializzazione. I moduli provenienti da impianti in Conto Energia possono essere acquistati solo da società estere: una norma che di fatto espelle dal mercato interno i pannelli degli impianti italiani, favorendo l’export rispetto al riutilizzo domestico. La richiesta degli operatori è chiara: estendere gli incentivi anche ai pannelli usati certificati e smettere di trattare un modulo ancora efficiente come rifiuto speciale.
Sul fronte dei prezzi, l’usato costa circa un terzo in meno rispetto al nuovo. Il calo dei prezzi dei pannelli solari nuovi, che negli ultimi anni era stato costante, sembra essersi arrestato, complici i dazi, l’instabilità internazionale e lo stop agli incentivi cinesi. In paesi con bassi costi di manodopera, poi, il pannello incide fino al 40% sul costo totale di un impianto: lì il fotovoltaico usato diventa una vera leva economica contro la povertà energetica. Per questo Coesa ha sviluppato JuaKit (da jua, che in lingua swahili significa sole), un kit di tecnologie fotovoltaiche di seconda mano pensato per zone con scarsa elettrificazione, come l’Africa subsahariana, dove centinaia di milioni di persone non hanno accesso all’elettricità.
