Il mal di schiena cronico potrebbe avere i giorni contati, almeno stando a quanto emerge da una ricerca appena pubblicata sulla rivista Bone Research. Un team guidato dalla dottoressa Janet L. Crane, della Johns Hopkins University School of Medicine, ha scoperto che l’ormone paratiroideo, già utilizzato per trattare l’osteoporosi, sarebbe in grado di bloccare la crescita anomala dei nervi del dolore nelle zone danneggiate della colonna vertebrale. Parliamo di uno di quei risultati che, se confermati nell’essere umano, potrebbero cambiare radicalmente l’approccio terapeutico a un problema che colpisce milioni di persone in tutto il mondo.
Il mal di schiena cronico rappresenta una delle condizioni più diffuse a livello globale. Colpisce trasversalmente tutte le fasce d’età, compromette il sonno, la capacità lavorativa e la qualità della vita quotidiana. Il problema è che nella maggior parte dei casi non si riesce a individuare una causa strutturale precisa, e questo rende i trattamenti a lungo termine poco efficaci. Ci si limita spesso a gestire i sintomi, senza mai aggredire davvero l’origine del dolore.
Ol meccanismo scoperto dai ricercatori
Per capire il potenziale di questa scoperta bisogna fare un passo indietro. L’ormone paratiroideo (PTH) viene prodotto naturalmente dalle ghiandole paratiroidi e ha un ruolo fondamentale nella regolazione del calcio e nel rimodellamento osseo. Le sue versioni sintetiche sono già approvate e utilizzate contro l’osteoporosi. Alcuni studi precedenti avevano suggerito che questi farmaci potessero ridurre anche il dolore osseo, ma nessuno aveva capito esattamente perché.
Il gruppo di ricerca ha lavorato su tre modelli murini che replicano le cause più comuni di degenerazione spinale: invecchiamento naturale, instabilità meccanica indotta chirurgicamente e predisposizione genetica. I topi hanno ricevuto iniezioni giornaliere di PTH per periodi che andavano da due settimane a due mesi, mentre gli animali del gruppo di controllo ricevevano soluzioni inattive. I risultati sono stati piuttosto netti. Dopo uno o due mesi di trattamento, i topi trattati con PTH mostravano placche vertebrali più dense e stabili. Ma soprattutto, la loro sensibilità al dolore era calata in modo significativo: tolleravano meglio la pressione, reagivano più lentamente al calore e si muovevano di più rispetto ai topi non trattati.
La proteina Slit3 e il suo ruolo nel bloccare i nervi del dolore
La parte più affascinante dello studio riguarda il meccanismo biologico sottostante. Quando la colonna vertebrale si deteriora, i nervi sensoriali del dolore tendono a invadere zone dove normalmente non dovrebbero trovarsi. Questo processo amplifica enormemente il disagio. Il trattamento con PTH ha ridotto in modo significativo queste fibre nervose anomale.
Come? L’ormone stimola gli osteoblasti, le cellule che costruiscono il tessuto osseo, a produrre una proteina chiamata Slit3. Questa proteina funziona come una sorta di segnale repulsivo: respinge le fibre nervose in crescita, impedendo loro di penetrare nelle regioni sensibili della colonna. Gli esperimenti in laboratorio lo hanno confermato: quando le cellule nervose venivano esposte a Slit3, le loro estensioni diventavano più corte e meno invasive. Al contrario, rimuovendo Slit3 dagli osteoblasti nei topi, il PTH perdeva completamente la sua capacità di ridurre la crescita nervosa e di alleviare il dolore.
Il team ha anche identificato una proteina regolatrice chiamata FoxA2, che aiuta ad attivare la produzione di Slit3 in risposta al PTH, aggiungendo un ulteriore tassello alla comprensione di come i segnali ormonali influenzano il comportamento dei nervi. Questi risultati provengono da studi su modelli animali, e la stessa dottoressa Crane sottolinea la necessità di studi clinici sull’essere umano prima di poter trasformare questa scoperta in un trattamento effettivo. Tuttavia, potrebbero spiegare perché alcuni pazienti in terapia con PTH per l’osteoporosi riferiscono anche una riduzione del mal di schiena cronico.
