La questione dei dazi sulle auto negli Stati Uniti ha preso una piega che rasenta il surreale. Come è successo con la pretesa di rinominare il Golfo del Messico o di rivendicare la proprietà della Luna, anche questa volta la realtà funziona in modo diverso da come vorrebbe Donald Trump. Il presidente americano ha cercato di imporre tariffe doganali su veicoli che, paradossalmente, vengono già prodotti sul suolo statunitense, generando una situazione che ha lasciato perplessi analisti economici e addetti ai lavori del settore automotive.
Il punto è semplice, quasi banale nella sua evidenza: non si possono applicare dazi su merci che non attraversano alcun confine. Eppure la politica commerciale dell’amministrazione Trump ha tentato più volte di forzare questa logica, con l’obiettivo dichiarato di proteggere l’industria americana. Il problema è che molte delle case automobilistiche colpite, o minacciate, hanno già stabilimenti attivi negli Stati Uniti. Producono localmente, impiegano lavoratori americani, pagano tasse americane. Applicare tariffe doganali a queste realtà equivale a punire chi ha già fatto esattamente quello che veniva richiesto.
Quando la retorica si scontra con i fatti
La faccenda ricorda molto da vicino altri episodi in cui la Casa Bianca ha provato a piegare la realtà alla propria narrazione. La storia del Golfo del Messico che avrebbe dovuto cambiare nome, la rivendicazione sulla Luna come territorio americano: tutte mosse che condividono lo stesso schema. Si annuncia qualcosa con grande enfasi, si genera un titolo sui giornali, ma poi il meccanismo si inceppa perché, semplicemente, le cose non funzionano così.
Nel caso dei dazi sulle auto, l’effetto concreto rischia di essere controproducente. Le aziende che hanno investito miliardi per costruire fabbriche negli Stati Uniti si ritrovano penalizzate dalla stessa amministrazione che dovrebbe incentivare la produzione nazionale. E i consumatori americani finiscono per pagare di più, perché i costi aggiuntivi vengono inevitabilmente scaricati sul prezzo finale dei veicoli.
L’impatto reale sulle case automobilistiche
Diversi costruttori, sia americani che stranieri con impianti negli USA, hanno espresso preoccupazione. Il settore automotive globale è ormai una catena integrata: i componenti attraversano più confini prima di diventare un’auto finita. Colpire un anello della catena con dazi significa creare un effetto domino che si ripercuote su tutta la filiera. Fornitori, assemblatori, concessionari: nessuno resta immune.
Trump ha ribadito in più occasioni che i dazi servono a riportare posti di lavoro sul territorio americano. Ma quando quei posti di lavoro ci sono già, la giustificazione crolla. E con essa, anche la credibilità di una strategia commerciale che sembra costruita più per i comizi che per i risultati economici.
