Alla periferia di Kiev, su un campo fangoso e battuto dal vento, una squadra di giovani tecnici ucraini prepara al volo i droni intercettori Bullet, un’arma che sta riscrivendo le logiche della difesa aerea moderna. Il loro nome in ucraino è Kulya, che significa appunto proiettile, e la missione è tanto semplice quanto ambiziosa: inseguire e abbattere in volo le centinaia di droni kamikaze che ogni giorno colpiscono infrastrutture ed edifici civili in Ucraina. “Non servono missili da un milione di euro per fermare un drone Shahed”, racconta uno dei piloti istruttori mentre finisce di assemblare il velivolo.
Il Bullet nella versione base costa circa 1.800 euro. La fusoliera a forma di proiettile è in polimero stampato in 3D, pesa circa 1,2 chilogrammi e alloggia una batteria da 15mila ampere del peso di 1,7 kg. Nella configurazione standard raggiunge una velocità massima superiore ai 300 km/h, mentre la versione più recente, stando ai documenti tecnici pubblicati dall’azienda produttrice, arriva a toccare i 450 km/h. La quota operativa si attesta tra i 5.500 e i 6.000 metri, con un raggio d’azione compreso tra 150 e 200 km grazie a una combinazione di antenne radio e video. “Alla massima velocità la batteria dura 4 o 5 minuti, ma bastano per raggiungere l’obiettivo e andare a segno”, spiega il ventunenne Fox, nome di battaglia, mentre dal retro del pick up controlla che tutto sia in ordine.
Chi produce i droni Bullet e perché fanno gola a mezzo mondo
Il Bullet è un prodotto di General Chereshnya (General Cherry), una defence tech company ucraina che da ottobre 2025 ha trasformato un prototipo artigianale in una piattaforma modulare pronta alla produzione in serie. Il fondatore, Yaroslav Hryshyn, ha le idee chiare: “Volevamo creare un sistema di difesa efficace e replicabile, capace di proteggere le infrastrutture critiche e le città ucraine”. Oggi le aziende che producono droni intercettori sono parecchie, con modelli che spaziano dall’ala fissa come il Meropos fino a velivoli simili al Bullet, come lo Sting.
Prima del lancio, Oleksiy, 37 anni, mostra il vano destinato all’esplosivo: dai 3 ai 5 kg di carico per il modello base, fino a 9 kg per le versioni pensate contro bersagli terrestri o come sostituti della costosa contraerea tradizionale. Per abbattere un drone Shahed iraniano o un Geran russo, dal costo di circa 27mila euro l’uno, oggi si possono impiegare missili come i PAC 3 del sistema Patriot, che costano svariati milioni. Un Bullet, al confronto, è praticamente regalato. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a inizio marzo ha scritto su X di aver offerto questa alternativa economica ai paesi del Golfo, dichiarando che l’Ucraina è pronta a produrre 50mila droni al mese. I recenti attacchi dell’Iran in Medio Oriente, che hanno coinvolto Arabia Saudita, Bahrain, Cipro, Emirati Arabi Uniti e altri, hanno alzato il livello di allarme un po’ ovunque. Anche Stati Uniti e il resto del mondo occidentale guardano con grande interesse alla produzione ucraina.
Come funzionano in campo i droni intercettori
I droni intercettori come il Bullet sono ottimizzati per la guida FPV e per quella autonoma, supportata da sensori ottici per visione diurna, notturna e con termocamera. Possono essere lanciati in circa 7 minuti da qualsiasi piattaforma, veicolo mobile o rampa improvvisata. Ogni unità è integrata in una rete tattica di sensori, software e operatori, quella che in gergo militare viene chiamata “difesa distribuita”: ogni intercettore opera in autonomia ma resta connesso a una rete più ampia di droni, radar leggeri e software predittivi. “Se l’algoritmo di tracciamento rileva una perdita del segnale, il sistema passa automaticamente il bersaglio al drone successivo”, spiega un tecnico sul campo. Questa intelligenza collettiva garantisce efficacia costante anche in condizioni di disturbo elettronico.
General Cherry ha sviluppato il Bullet in cooperazione diretta con le unità militari: ogni miglioramento, dal software di volo alla configurazione delle pale, nasce da feedback immediati provenienti dal fronte. Una rete di officine decentralizzate stampa componenti in 3D e assembla i droni in loco, riducendo al minimo la dipendenza da fornitori esterni e abbattendo i tempi delle lunghe procedure di fornitura tipiche del mondo militare.
