Un nuovo studio scientifico potrebbe aver individuato un marcatore oggettivo dell’ADHD, e la scoperta è di quelle che cambiano la prospettiva su questo disturbo. Il cervello delle persone con ADHD produce brevi picchi di attività cerebrale normalmente associati al sonno anche quando la persona è perfettamente sveglia. A rivelarlo è una ricerca pubblicata sulla rivista JNeurosci, condotta da Elaine Pinggal dell’Università Monash, in Australia.
Il punto è che, per la prima volta, qualcuno è riuscito a collegare in modo diretto questo fenomeno neurologico alle difficoltà di attenzione che caratterizzano il disturbo. Non si tratta di una sensazione soggettiva, di un questionario compilato a memoria o di un’autovalutazione. Si parla di un segnale misurabile, registrabile, visibile nei dati dell’attività cerebrale. E questo, per chi lavora nel campo della diagnosi e del trattamento dell’ADHD, è un passo avanti enorme.
Cosa succede nel cervello durante quei “micro addormentamenti”
Per capire la portata della scoperta, vale la pena soffermarsi su cosa accade concretamente. Durante la veglia, il cervello dovrebbe mantenere un’attività costante e coerente con lo stato di allerta. In chi soffre di ADHD, invece, si verificano delle intrusioni di attività tipiche del sonno: brevissimi istanti in cui alcune aree cerebrali si comportano come se stessero dormendo. Sono episodi rapidissimi, invisibili a occhio nudo, che però interferiscono con la capacità di restare concentrati.
Il gruppo di ricerca di Pinggal ha analizzato i dati elettroencefalografici di persone con diagnosi di ADHD e li ha confrontati con quelli di soggetti senza il disturbo. Nei partecipanti con ADHD, questi picchi di attività cerebrale legati al sonno comparivano con una frequenza significativamente maggiore. E soprattutto, la loro presenza correlava in modo diretto con le prestazioni nei compiti che richiedevano attenzione sostenuta.
Detto in parole semplici: più il cervello “si addormentava” per frazioni di secondo, più la persona faceva fatica a restare attenta. Non è pigrizia, non è mancanza di volontà. È il cervello che, letteralmente, va offline per qualche istante.
Perché questa scoperta conta davvero per chi convive con l’ADHD
La questione non è solo accademica. Chi convive con l’ADHD lo sa bene: ottenere una diagnosi può essere un percorso lungo e frustrante. Gran parte della valutazione si basa su colloqui clinici, osservazioni comportamentali e scale di autovalutazione. Strumenti utili, certo, ma soggettivi. L’idea di poter disporre di un marcatore neurologico oggettivo apre scenari completamente diversi.
Se le ricerche future confermeranno questi risultati, potrebbe diventare possibile integrare l’analisi dell’attività cerebrale nei protocolli diagnostici. Questo significherebbe diagnosi più rapide, più precise e meno soggette a interpretazione. Un vantaggio enorme, soprattutto per gli adulti che spesso ricevono una diagnosi tardiva dopo anni di difficoltà non riconosciute.
Lo studio pubblicato su JNeurosci rappresenta comunque un primo passo. Serviranno campioni più ampi e ulteriori verifiche, ma il meccanismo individuato dal team dell’Università Monash offre una base solida su cui costruire. La correlazione tra queste intrusioni di sonno durante la veglia e le difficoltà attentive nell’ADHD è il dato più rilevante emerso dalla ricerca, e potrebbe ridefinire il modo in cui si studia e si diagnostica questo disturbo.
