La guerra tra USA, Israele e Iran sta avendo ripercussioni che vanno ben oltre il prezzo del petrolio. Ormai sono quasi tre settimane di conflitto aperto e le conseguenze si fanno sentire su più fronti: dal costo di benzina e diesel alla tenuta delle catene di approvvigionamento globali. Il greggio che sale è solo la punta dell’iceberg. Secondo uno studio del Supply Chain Intelligence Institute Austria (ASCII), se la situazione dovesse protrarsi, potrebbe scatenarsi una nuova crisi dei chip, con una carenza di semiconduttori per il settore auto non troppo diversa da quella vissuta dopo la pandemia di Covid.
Viene spontaneo chiedersi: cosa c’entrano il gas e i chip con la guerra tra USA, Israele e Iran? In realtà parecchio, anche se non nel modo più ovvio. I paesi del Golfo non sono certo grandi produttori di semiconduttori, ma da quelle aree arriva una fetta importante di gas speciali come neon, elio, argon, kripton e xeno. Sono gas fondamentali per molti dei processi produttivi dei chip. Lo studio dell’ASCII sottolinea che il volume annuo degli scambi commerciali degli Stati del Golfo in questa categoria vale circa 2,8 miliardi di euro, con il Qatar che domina la scena coprendo circa il 98% delle esportazioni di gas speciali della regione, ottenuti come sottoprodotto del GNL.
Scorte e fornitori alternativi: il mercato può reggere, ma a certe condizioni
Non è il caso di farsi prendere dal panico, almeno per ora. Sempre secondo lo studio dell’ASCII, i principali paesi produttori di semiconduttori (Cina, Singapore, Taiwan, Corea del Sud, Stati Uniti, Germania e Giappone) non dipendono esclusivamente dal Qatar per l’approvvigionamento di questi gas. USA, Cina, Europa e Russia hanno capacità produttive proprie piuttosto solide. Del gruppo faceva parte anche l’Ucraina, che prima dell’invasione russa del 2022 produceva circa il 50% del neon mondiale. Proprio durante quella crisi, l’industria dei chip ha dimostrato di sapersi adattare, trovando fonti alternative, attingendo a scorte strategiche e razionalizzando la domanda.
Il punto critico, però, è legato allo Stretto di Hormuz. Una crisi dei chip vera e propria potrebbe materializzarsi solo con un blocco prolungato di quel passaggio strategico. Nel breve termine, lo scenario più probabile prevede pressioni sui prezzi e qualche difficoltà nell’allocazione delle risorse, ma niente di catastrofico. La presenza di fornitori alternativi al Qatar, unita alle scorte strategiche già accumulate, dovrebbe permettere al mercato di tenere. Il quadro cambierebbe radicalmente se, oltre alla chiusura dello Stretto, si verificassero contemporaneamente altre interruzioni nella produzione di gas speciali in diverse aree del mondo.
Il governo italiano, intanto, ha già dovuto intervenire sul fronte carburanti con il taglio delle accise varato un paio di giorni fa, per cercare di contenere l’aumento dei costi alla pompa legato al rialzo del greggio provocato dalla guerra tra USA, Israele e Iran.
