Le case automobilistiche Usa stanno vivendo una delle fasi più complicate della loro storia recente, e non è difficile capire perché. Da una parte c’è la rivoluzione delle auto elettriche guidata da Tesla, dall’altra l’avanzata sempre più aggressiva delle aziende cinesi. Nel mezzo, un contesto politico e industriale che cambia a una velocità decisamente superiore rispetto ai tempi di sviluppo di un nuovo modello, che in media richiede circa quattro anni. Ford, General Motors e Stellantis si trovano a navigare in acque agitate, con vendite globali che non crescono e una competizione tecnologica che invece non rallenta affatto.
Cosa succede nel settore automotive con Tesla e non solo?
La situazione si complica ulteriormente se si guarda al quadro normativo. L’amministrazione Trump ha smantellato diverse normative ambientali e standard sul consumo di carburante, dando un po’ di respiro ai produttori che guadagnano bene su pickup e SUV tradizionali destinati al mercato interno americano. Però questa scelta ha un effetto collaterale non trascurabile: rallenta gli investimenti nelle auto elettriche proprio nel momento in cui il resto del mondo accelera. I numeri parlano chiaro. Nel 2025, Ford, General Motors e Stellantis hanno accumulato perdite per miliardi di euro legate ai programmi elettrici e al rinvio di nuovi modelli. Anche chi è rimasto in utile, come Mercedes-Benz, ha visto i profitti calare in modo significativo. Tra i grandi produttori, solo Toyota è riuscita a far crescere le vendite globali in modo rilevante. Il mercato, peraltro, resta debole: gli analisti prevedono vendite mondiali sostanzialmente piatte anche nel 2026, e Ford nel 2025 ha registrato appena un +1% nelle immatricolazioni.
Un dettaglio che ha fatto discutere parecchio: General Motors ha speso circa 5,5 miliardi di euro nel 2025 per riacquistare azioni proprie e ha programmato una cifra simile per il 2026. Diversi analisti hanno criticato questa mossa, sostenendo che quelle risorse avrebbero potuto essere investite in tecnologia e innovazione.
La doppia minaccia: Tesla e la Cina
Il nodo strategico più grande per le case automobilistiche Usa riguarda però la competizione con Tesla e soprattutto con la Cina. La casa di Elon Musk ha cambiato le regole del gioco puntando su batterie, software e aggiornamenti digitali, costringendo i produttori tradizionali a rincorrere. Ma il concorrente che oggi fa più paura arriva dall’Asia. Secondo dati citati dal think tank Rhodium Group, costruttori cinesi come BYD riescono a vendere auto elettriche a prezzi molto più bassi rispetto a Tesla, grazie all’integrazione verticale nella produzione di batterie e componenti. E sono anche molto più rapidi: alcune aziende cinesi riescono a sviluppare un nuovo modello in circa 14 mesi, contro i quattro anni dell’industria occidentale.
Questa velocità sta permettendo ai costruttori cinesi di conquistare quote di mercato in Europa, Asia e Australia. Negli Stati Uniti restano quasi assenti, per ora, a causa dei dazi. Però diverse voci autorevoli, come quella della società di consulenza AlixPartners, ritengono che prima o poi le auto cinesi entreranno anche nel mercato americano, magari attraverso fabbriche costruite direttamente sul suolo statunitense.
Nel frattempo il settore si sta trasformando anche da un altro punto di vista. Il software e la guida autonoma stanno diventando più importanti della potenza del motore, e servizi come i robotaxi minacciano di ridefinire il concetto stesso di mobilità. Waymo, società del gruppo Alphabet, gestisce già servizi di taxi autonomi in dieci città americane e sta ampliando rapidamente la propria presenza. Se anche le auto cinesi dovessero entrare nel mercato americano, la pressione competitiva sulle case automobilistiche Usa aumenterebbe in modo significativo, con il rischio concreto che nel giro di un decennio l’industria automobilistica statunitense perda il ruolo di protagonista globale e diventi dipendente da tecnologie sviluppate altrove.
