La scoperta del cosiddetto ossigeno oscuro nelle piane abissali del Pacifico aveva fatto molto rumore qualche mese fa, promettendo di riscrivere alcune certezze consolidate sui processi che avvengono nelle profondità oceaniche. Ora, però, quel clamore si sta trasformando in qualcosa di molto diverso: un acceso confronto tra scienziati che mette in discussione la validità stessa di quel ritrovamento.
Il concetto era affascinante, quasi da fantascienza. Noduli di manganese adagiati sul fondale, a migliaia di metri di profondità dove la luce solare non arriva, sarebbero in grado di generare ossigeno attraverso un meccanismo elettrochimico del tutto sconosciuto fino a quel momento. Niente fotosintesi, niente organismi viventi coinvolti. Solo minerali e reazioni chimiche nel buio più totale. Una possibilità che, se confermata, avrebbe avuto implicazioni enormi per la comprensione dei processi biogeochimici degli abissi e perfino per le teorie sull’origine della vita.
Il problema è che diversi gruppi di ricerca stanno sollevando obiezioni piuttosto serie sulla metodologia utilizzata nello studio originale. Le critiche riguardano soprattutto le condizioni sperimentali e la possibilità che i dati raccolti siano stati influenzati da artefatti strumentali. Quando si lavora a quelle pressioni e a quelle profondità, anche piccole contaminazioni o errori nei sensori possono produrre letture fuorvianti. E secondo chi ha analizzato i dati con occhio più scettico, proprio questo potrebbe essere successo.
Le critiche allo studio e il dibattito nella comunità accademica
Va detto che il dibattito scientifico di per sé non è una cosa negativa. Anzi, funziona esattamente così: qualcuno pubblica una scoperta, altri la verificano, la mettono alla prova, cercano di replicarla. È il meccanismo che rende la scienza affidabile nel lungo periodo. Ma nel caso dell’ossigeno oscuro, il livello di scetticismo sembra particolarmente alto.
Alcuni ricercatori hanno fatto notare che le misurazioni di ossigeno sul fondale oceanico sono notoriamente complicate. Gli strumenti devono resistere a condizioni estreme e la calibrazione diventa un passaggio critico. Se i sensori non funzionano in modo impeccabile, i risultati possono raccontare una storia molto diversa dalla realtà. E proprio su questo punto si concentrano le perplessità più forti.
C’è poi un aspetto legato al contesto più ampio. Le piane abissali del Pacifico sono al centro di un dibattito che va ben oltre la scienza pura: sono le stesse aree dove diverse compagnie vorrebbero avviare operazioni di estrazione mineraria sottomarina, proprio per raccogliere quei noduli di manganese ricchi di metalli preziosi. La scoperta dell’ossigeno oscuro era stata utilizzata anche come argomento a favore della tutela di questi ecosistemi, sostenendo che il fondale ospita processi chimici ancora poco compresi e potenzialmente fondamentali.
Cosa succede adesso
Se la produzione di ossigeno in assenza di luce dovesse rivelarsi un artefatto sperimentale, cadrebbe uno degli argomenti scientifici più suggestivi contro lo sfruttamento dei fondali. Ma questo non significherebbe automaticamente dare il via libera alle attività estrattive, perché le ragioni per proteggere gli ecosistemi abissali restano comunque numerose e ben documentate.
Nel frattempo, altri gruppi di ricerca stanno provando a replicare gli esperimenti originali con strumentazione diversa e protocolli più rigorosi. I risultati di queste verifiche indipendenti saranno decisivi per capire se l’ossigeno oscuro esiste davvero o se si tratta di un errore di misurazione che ha generato entusiasmo prematuro. Le prime risposte potrebbero arrivare già nei prossimi mesi del 2026.
