Non è il numero dei casi a far scattare l’allarme, quanto piuttosto il momento in cui si sono verificati. L’epatite A ha fatto registrare un’impennata inattesa all’ospedale Cotugno di Napoli, con 43 ricoveri nel solo mese di marzo. Un dato che, preso isolatamente, potrebbe sembrare gestibile. Ma il problema è un altro, e riguarda il calendario: di solito questi numeri si vedono a gennaio, non a primavera inoltrata.
Chi conosce bene la dinamica di questa infezione sa che i picchi stagionali dell’epatite A seguono da sempre uno schema abbastanza prevedibile. Il periodo critico coincide con le settimane successive alle festività natalizie, quando il consumo di frutti di mare crudi raggiunge il suo apice. Cozze, ostriche, vongole: la tradizione gastronomica campana, soprattutto nel napoletano, porta molte famiglie a consumare molluschi poco cotti o del tutto crudi durante i cenoni. E il virus dell’epatite A, che si trasmette per via orofecale e trova nei molluschi filtratori un veicolo perfetto, colpisce con regolarità nelle settimane successive, tipicamente tra la fine di dicembre e tutto gennaio.
Qualcosa ha cambiato ritmo e nessuno sa ancora perché
Quest’anno però lo schema si è rotto. Il picco di ricoveri al Cotugno non è arrivato nel cuore dell’inverno ma a marzo, con uno slittamento temporale che ha sorpreso anche i medici più esperti. È come se la curva dei contagi si fosse spostata in avanti di quasi due mesi, senza una spiegazione immediata e chiara.
Gli specialisti dell’ospedale napoletano stanno cercando di capire cosa abbia provocato questo sfasamento. Le ipotesi possono essere diverse: un eventuale cambio nelle abitudini di consumo, magari legato a occasioni conviviali distribuite su un arco di tempo più ampio rispetto al passato, oppure fattori ambientali che potrebbero aver influito sulla contaminazione delle acque e quindi dei molluschi in periodi diversi dal solito.
L’epatite A, va ricordato, è un’infezione del fegato che nella maggior parte dei casi si risolve senza conseguenze gravi, ma può richiedere il ricovero ospedaliero soprattutto nei soggetti più fragili o quando il decorso si complica. I sintomi classici comprendono ittero, stanchezza intensa, nausea e dolori addominali. La malattia non cronicizza, a differenza di altre forme di epatite, ma il decorso può essere lungo e debilitante.
Il Cotugno resta il centro di riferimento per il monitoraggio
L’ospedale Cotugno, punto di riferimento per le malattie infettive nel Sud Italia, continua a monitorare la situazione con attenzione. Il fatto che 43 pazienti siano stati ricoverati in un singolo mese primaverile rappresenta un segnale che i medici non intendono sottovalutare. Non si parla di emergenza sanitaria in senso stretto, ma di un’anomalia che merita approfondimenti, anche per capire se il trend possa ripetersi nei prossimi mesi o se si tratti di un evento isolato.
