Trentaquattro grammi e mezzo. Ho dovuto controllare due volte perché non ci credevo. Quando mi è arrivato il HUAWEI WATCH GT Runner 2 ho fatto quella cosa che faccio sempre con gli orologi nuovi: l’ho soppesato nel palmo, l’ho girato, ho guardato il fondello. E la prima reazione è stata pensare che mancasse qualcosa, tipo la batteria. Invece no. È tutto lì, ed è incredibilmente leggero.
Il mercato degli sportwatch dedicati alla corsa è da anni un feudo quasi esclusivo di Garmin, con qualche incursione di COROS per chi vuole spendere meno senza rinunciare a metriche serie. Huawei ci aveva provato col primo GT Runner qualche anno fa, un prodotto onesto ma che non aveva lasciato il segno. Adesso ci riprovano, e dopo cinque anni di sviluppo dichiarati l’impressione — dopo un mese pieno di utilizzo tra strade romane, campagna dei Castelli e sessioni sportive — è che abbiano fatto i compiti a casa. Sul serio.
Parliamo di un orologio da 399 euro che promette GPS di precisione chirurgica, 32 ore di autonomia col satellite acceso, una Modalità Maratona con coaching in tempo reale e sensori biometrici che includono ECG e soglia del lattato. Sulla carta sembra il classico elenco di specifiche gonfiate per giustificare il prezzo. Ma dopo averlo portato al polso per un mese intero — per correre nel centro di Roma, sulle strade di Grottaferrata e persino al campo di tiro con l’arco — posso dire che la realtà è più interessante delle promesse. Con qualche riserva, certo. Perché niente è perfetto, e chi vi dice il contrario vi sta vendendo qualcosa.
C’è anche una novità freschissima che ha cambiato un po’ le carte in tavola durante il test: l’arrivo dei pagamenti contactless tramite Curve Pay, attivati proprio il 16 marzo. Per anni gli smartwatch Huawei avevano il chip NFC al polso senza poterlo usare in Europa per pagare. Ora si può, e questo sposta l’ago della bilancia verso un prodotto più completo anche nella vita di tutti i giorni. Ma andiamo con ordine, che di cose da raccontare ce ne sono parecchie. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito ufficiale mentre si può acquistare su Amazon Italia.
Unboxing e prime impressioni
La scatola è compatta, nera, con il logo Huawei in rilievo. Niente di eclatante, ma curata quel tanto che basta per non sembrare un prodotto qualunque. Dentro ci sono due cinturini — un AirDry in tessuto intrecciato e uno in fluoroelastomero — il cavo di ricarica magnetico e la solita manualistica che nessuno legge mai. La scelta di includere due cinturini è tutt’altro che banale, specialmente a questo prezzo. Garmin, per fare un confronto, spesso ne mette uno solo e poi ti chiede altri 40-50 euro per quello sportivo o quello elegante. Qui li hai entrambi appena apri la confezione, e durante la promozione di lancio ne viene aggiunto un terzo in omaggio. Generosità calcolata? Certo. Ma al consumatore fa piacere.
La prima cosa che fai è provare entrambi i cinturini. Il tessuto intrecciato è quello che finisce subito al polso: è morbido, quasi impalpabile, e ha questa particolarità dei fili in rilievo con fessure di ventilazione che sulla carta sembra marketing puro, ma nella pratica si sente. Il fluoroelastomero lo tieni per le giornate più impegnative, quelle in cui sai che suderai parecchio o che finirai sotto la pioggia. Averli entrambi fin da subito ti toglie il pensiero, e questo l’ho apprezzato più di quanto immaginassi.
Ho acceso l’orologio, accoppiato via Bluetooth con lo smartphone e avviato l’aggiornamento del firmware. Ecco, qui la prima nota: durante il mese di test sono arrivati diversi aggiornamenti software, segno che Huawei sta ancora perfezionando l’esperienza. Non è necessariamente un male — anzi, vuol dire che ci stanno lavorando attivamente — ma è giusto dirlo perché significa che l’esperienza software potrebbe migliorare ulteriormente nei prossimi mesi rispetto a quella che descrivo qui.
Design e costruzione
Quando un orologio sportivo riesce a non sembrare solo uno strumento tecnico piazzato al polso, è già un buon segno. La cassa da 43,5 mm è interamente in lega di titanio aerospaziale, la ghiera sempre in titanio, e c’è un dettaglio cromatico che lo caratterizza subito: un sottile anello arancione tra ghiera e cassa. È un tocco estetico piccolo ma efficace, perché dà personalità senza esagerare. Quell’anello, tra l’altro, non è solo decorativo: rientra nella logica di gestione del segnale dell’antenna GPS. Uno di quei casi in cui estetica e ingegneria si parlano, e il risultato si vede.
Lo spessore è di 10,7 mm, che per un orologio con GPS dual-band e batteria da 540 mAh è notevole. Sta sotto la manica della camicia senza problemi, cosa che con certi Garmin diventa un’impresa diplomatica. Il vetro è il Kunlun Glass proprietario di Huawei, che dopo un mese di uso quotidiano — incluse sessioni sportive, urti accidentali contro porte, spigoli vari e quel momento in cui l’ho sbattuto contro il montante della macchina uscendo di fretta — non mostra un singolo graffio. Sarà fortuna? Forse. Ma intanto il dato è quello, e dopo un mese mi fido abbastanza da non metterci una pellicola protettiva.
E poi c’è il peso. Trentaquattro grammi e mezzo per il solo corpo, quarantatré e mezzo col cinturino AirDry. Per mettere le cose in prospettiva, il Garmin Forerunner 970 pesa 56 grammi. Non sembra una differenza enorme sulla carta, ma al polso si sente. Eccome se si sente. Soprattutto nelle corse lunghe o quando lo tieni addosso per dormire — cosa che ho fatto regolarmente per il monitoraggio del sonno, e che con orologi più pesanti diventa fastidioso nel giro di poche notti. Qui no. Qui te lo dimentichi, e questo è il complimento più grande che si possa fare a un dispositivo da polso.
Il quadrante ha una presenza sportiva ma non aggressiva. Si nota, però non invade. Lo puoi portare per correre, per una giornata piena di impegni o in situazioni meno informali senza avere al polso qualcosa di troppo tecnico. È uno di quegli equilibri difficili da raggiungere, e Huawei questa volta ci è riuscita.
I due pulsanti fisici sul lato destro hanno una corsa decisa e un feedback tattile soddisfacente. Il superiore è la corona girevole che serve per navigare nei menu e nelle liste — funziona bene, con una rotazione fluida e un buon livello di precisione nella selezione. L’inferiore è un tasto personalizzabile che di default avvia l’allenamento. Durante la corsa la gestione tramite pulsanti è preferibile al touchscreen, perché con le dita sudate lo schermo diventa meno reattivo. Scelta saggia averli inclusi: un orologio da corsa solo touch sarebbe stato un problema.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
| Cassa | Lega di titanio aerospaziale, 43,5 mm |
| Spessore | 10,7 mm |
| Peso (solo corpo) | 34,5 g |
| Peso con cinturino AirDry | 43,5 g |
| Display | AMOLED 1,32″, fino a 3.000 nit |
| Vetro | Kunlun Glass |
| Batteria | 540 mAh High-Silicon Stacked |
| Autonomia | Fino a 14 giorni (normale) / 32 ore (GPS dual-band) |
| GPS | Dual-band L1+L5, antenna floating 3D |
| Sistemi satellitari | GPS, GLONASS, Galileo, BeiDou, QZSS |
| Sensori | TruSense: cardio, SpO₂, HRV, ECG, stress |
| Metriche running | Soglia lattacida, potenza (W), VO₂Max, cadenza |
| Sistema operativo | HarmonyOS |
| Resistenza all’acqua | 5 ATM (40 metri) |
| Connettività | Bluetooth 5.2, NFC |
| Sport supportati | Oltre 100 |
| Cinturini inclusi | AirDry tessuto intrecciato + fluoroelastomero |
| Pagamenti contactless | Curve Pay (dal 16 marzo 2026) |
| Compatibilità | Android / iOS (funzionalità ridotte su iOS) |
| Prezzo di listino | 399 euro |
Hardware e sensori
Sotto la scocca c’è una piattaforma che Huawei ha progettato pensando prima di tutto allo sport, ma senza rinunciare alle funzioni da smartwatch moderno. Il cuore del monitoraggio è il sistema TruSense aggiornato, che copre frequenza cardiaca continua, variabilità della frequenza cardiaca (HRV), saturazione dell’ossigeno nel sangue, elettrocardiogramma e — novità importante per chi corre — il rilevamento in tempo reale della soglia del lattato. Quest’ultima metrica è stata sviluppata in collaborazione con l’Università dello Sport di Pechino, e se correte con una certa serietà sapete perché è rilevante: vi dice a che intensità il corpo inizia ad accumulare acido lattico, il punto oltre il quale la fatica diventa esponenziale e il ritmo crolla inesorabilmente.
La potenza di corsa espressa in watt arriva da una collaborazione con il team ciclistico DSM-Firmenich, e anche qui siamo su un livello che fino a poco tempo fa richiedeva sensori esterni dedicati da agganciare alla scarpa o alla vita. Detto questo — e ci tengo a essere onesto — non ho strumentazione professionale per validare la precisione assoluta di queste misurazioni avanzate. Mi fido dei dati del produttore e del fatto che, confrontando i valori di frequenza cardiaca con una fascia toracica durante alcune sessioni, lo scarto era nell’ordine di 2-3 battiti al minuto. Ma sulla soglia del lattato servirebbe un test in laboratorio con prelievi ematici per dire l’ultima parola, e quello non l’ho fatto. Sarebbe disonesto affermare il contrario.
Il GPS è probabilmente il pezzo forte dell’intera proposta. Antenna floating 3D, dual-band L1+L5, cinque sistemi satellitari. Huawei dichiara una precisione 3,5 volte superiore al primo GT Runner grazie anche a un nuovo algoritmo di posizionamento inerziale che sfrutta accelerometro e giroscopio per mantenere il tracciamento nei punti ciechi — tunnel, sottopassaggi, strade molto strette tra edifici alti. Nei miei test la traccia è stata effettivamente pulita in modo sorprendente, anche in contesti dove altri orologi perdono completamente il filo. Ma di questo parlo in dettaglio più avanti.
Una cosa che ho notato nell’uso quotidiano è la velocità di aggancio del satellite. Con certi sportwatch devi aspettare anche un minuto fermo prima di partire. Qui il fix arriva quasi sempre in meno di venti secondi, a volte anche meno. È uno di quei dettagli che non trovi nella scheda tecnica ma che nella pratica fa la differenza tra uscire a correre con slancio e stare lì al freddo ad aspettare un cerchietto verde sul display. Piccola cosa? Forse. Ma dopo un mese diventa un’abitudine su cui non vuoi più tornare indietro.
Software e app companion
HarmonyOS nella versione attuale è un sistema operativo veloce e ben organizzato. La navigazione tra quadranti, widget e menu è intuitiva, le animazioni sono fluide, e la reattività generale non ha nulla da invidiare ai competitor. Ma c’è un elefante nella stanza, e sarebbe disonesto non parlarne: l’ecosistema app è ancora povero. Niente Spotify, niente Google Maps, e anche Petal Maps — che è di Huawei stessa — al momento della prova non era disponibile. Se siete abituati all’universo Google o Apple, qui vi sentirete in un giardino curato ma decisamente più piccolo. È il compromesso più grosso di questo orologio, e va detto chiaramente.
Huawei Health è l’app companion e fa il suo lavoro in modo più che solido. I grafici sono leggibili, la sezione dedicata al sonno è ricca e dettagliata, e il volume di dati post-allenamento è impressionante. Dopo ogni corsa ti ritrovi davanti curve di ritmo, frequenza cardiaca, altitudine, potenza, cadenza, tempo di contatto con il suolo, oscillazione verticale, bilanciamento del contatto a terra. Se siete il tipo di persona che ama analizzare ogni aspetto della propria performance, qui c’è materiale in abbondanza. La sincronizzazione con Strava funziona senza intoppi, cosa fondamentale per chi ha già anni di storico allenamenti su quella piattaforma e non intende perderne neanche uno.
Devo però segnalare un problema: durante il mese di test, l’app si è disconnessa più volte dallo smartphone. Non con una frequenza allarmante — forse una volta ogni quattro o cinque giorni — ma abbastanza da notarlo e da chiedermi se fosse un problema strutturale o un bug risolvibile. Ogni volta bastava riaprire l’app per ristabilire la connessione, e nessun dato è andato perso. Però è un’imperfezione che a 399 euro dà fastidio. I diversi aggiornamenti arrivati durante il test fanno sperare che la situazione migliori, ma al momento della recensione il problema c’è e va segnalato.
A proposito degli aggiornamenti: ne sono arrivati almeno tre o quattro durante il mese di prova, sia firmware dell’orologio che aggiornamenti dell’app. Alcuni hanno introdotto piccoli miglioramenti visibili — una schermata ridisegnata qui, un’animazione più fluida là — altri probabilmente lavoravano sotto il cofano sulla stabilità e sulla precisione dei sensori. Il fatto che Huawei stia aggiornando con questa frequenza è un segnale positivo: significa che il prodotto è supportato attivamente e che molte delle piccole imperfezioni che ho riscontrato potrebbero essere risolte nel giro di qualche mese. Dall’altra parte, però, vuol dire anche che al lancio il software non era ancora completamente maturo. È strano: dovrebbe darmi fastidio, ma il ritmo degli aggiornamenti mi ha rassicurato più di quanto mi abbia preoccupato.
Prestazioni e autonomia
Partiamo dal dato che interessa a tutti: quanto dura la batteria nella vita reale? Huawei dichiara fino a 14 giorni con uso normale e 32 ore con GPS dual-band attivo. Nella mia esperienza quotidiana — con notifiche attive da messaggi e mail, monitoraggio cardiaco continuo, qualche sessione GPS a settimana e tracking del sonno ogni notte — sono arrivato costantemente a 10-11 giorni di autonomia. Parliamoci chiaro: è un risultato eccellente. Con un Apple Watch carichi ogni sera, con certi Garmin della serie Forerunner stai sui 7-8 giorni in condizioni simili. Qui hai quasi due settimane senza pensare al caricatore, e nel quotidiano questa è una liberazione vera.
Durante le sessioni GPS — corse di 45-60 minuti col dual-band attivo — il consumo era intorno al 4-5% per ogni ora di attività. Il che proietta verso 25-30 ore di GPS continuo in condizioni reali, coerente con quanto dichiarato. Non ho testato una maratona vera, ma per gare fino a 5 ore l’autonomia non sarà un problema. Probabilmente nemmeno per una ultra, volendo.
La ricarica è rapida e il cavetto magnetico si aggancia bene senza staccarsi al primo spostamento del tavolo. In circa un’ora e mezza arrivi al 100% da zero, il che significa che anche dimenticandoti di caricare la sera prima puoi recuperare abbastanza energia in mezz’ora per la sessione del mattino. È uno di quei dettagli pratici che fanno la differenza nella routine quotidiana.
Stavo per scrivere che l’autonomia è l’unico parametro su cui non ho nulla da ridire, poi mi sono ricordato di una cosa. Se attivate l’always-on display — lo schermo sempre acceso con un quadrante semplificato — l’autonomia cala sensibilmente, e si scende intorno ai 5-6 giorni. Che resta comunque un buon risultato, ma è la metà rispetto all’uso con lo schermo che si accende solo al movimento del polso. Io l’ho tenuto quasi sempre senza always-on, alzando il polso quando mi serviva, e i 10-11 giorni sono arrivati puntuali come un orologio svizzero. Battuta facile, lo so.
Test sul campo
Qui entriamo nel vivo, nella parte che preferisco scrivere e che probabilmente preferite leggere. Ho testato l’orologio in tre contesti molto diversi durante il mese di prova: corsa urbana nel centro di Roma, attività outdoor sulle strade di campagna a Grottaferrata nei Castelli Romani, e sessioni di tiro con l’arco al campo del CUS Roma. Scenari diversi, esigenze diverse, risultati diversi.
La corsa nel centro di Roma è il banco di prova ideale per qualsiasi GPS da polso. Strade strette tra palazzi di cinque piani, vicoli che si intrecciano, passaggi sotto archi e portici: il tipo di ambiente dove il segnale satellitare fa i capricci anche sui dispositivi più costosi. Il GT Runner 2 se l’è cavata egregiamente. La traccia era pulita, senza quegli zig-zag impazziti che capitano con orologi meno precisi quando corri tra edifici alti. C’è stato un solo punto — nei pressi di un sottopassaggio vicino a via dei Fori Imperiali — dove ha deviato di qualche metro prima di riallinearsi quasi subito. Per il resto, prestazione impeccabile. Ho confrontato la traccia con quella dello smartphone e le differenze erano minime, nell’ordine di pochissimi metri.
A Grottaferrata il contesto era completamente diverso. Strade di campagna, saliscendi tra gli ulivi, qualche tratto sterrato con ghiaia, cielo aperto. Il GPS qui non ha avuto nessun tipo di problema: segnale forte, traccia millimetrica. Ma quello che mi ha colpito di più è stato il comfort dell’orologio nelle uscite più lunghe. Dopo un’ora di corsa tra i Castelli semplicemente te lo dimentichi al polso. Non scivola, non tira, non dà fastidio nemmeno quando il sudore inizia a scorrere. Quella leggerezza che ti stupisce all’unboxing diventa un vantaggio concreto e tangibile quando macini chilometri su chilometri in campagna.
Un dettaglio sulle corse a Grottaferrata: l’altimetro barometrico ha tracciato i dislivelli con buona coerenza rispetto al profilo reale del percorso. I Castelli Romani non sono le Dolomiti, ma ci sono saliscendi continui e pendenze improvvise che mettono alla prova sia le gambe che i sensori. I dati post-corsa mostravano un profilo altimetrico credibile, con i saliscendi nei punti giusti e senza quelle oscillazioni fantasma che a volte trovi con orologi che si basano solo sul GPS per il dato altimetrico. Il barometro fa la sua parte e si sente.
Il tiro con l’arco è stato l’esperimento più curioso. Non è lo sport per cui questo orologio è stato concepito, ovviamente. Ma pratico al CUS Roma e volevo vedere come se la cavasse la modalità generica di tracking sportivo in un contesto insolito. Ha registrato i dati con precisione: durata della sessione, frequenza cardiaca, picchi nei momenti di concentrazione prima del rilascio della freccia, calorie stimate. Non ci sono metriche specifiche per l’archery — sarebbe pretendere troppo — ma come tracker generico per sport non convenzionali funziona senza problemi. Il pattern cardiaco durante i tiri era coerente con le mie sensazioni: picchi di concentrazione nella fase di mira, ritorno rapido alla baseline tra una freccia e l’altra. Dettaglio nerd? Sì. Ma mi è piaciuto poterlo osservare.
Una sera, rientrando a casa, mi sono messo a scorrere i dati del sonno delle notti precedenti. La sezione sonno di Huawei Health è sorprendentemente dettagliata. Fasi REM, sonno leggero, sonno profondo, risvegli notturni, frequenza respiratoria — tutto con grafici chiari e un punteggio complessivo. Confrontato con le mie sensazioni soggettive, il punteggio era piuttosto azzeccato. La notte peggiore della settimana secondo l’app era anche quella che ricordavo come la più agitata. Quella migliore corrispondeva a quasi nove ore filate di sonno dopo una giornata fisicamente impegnativa. Non sarà scienza, ma la coerenza c’è.
Un ultimo appunto sull’uso quotidiano: l’orologio l’ho portato praticamente sempre, tolto solo per la ricarica. E la sensazione di fondo, dopo un mese, è che sia un dispositivo che non dà fastidio. Mai. Le notifiche arrivano, le leggi con un colpo d’occhio, alzi il polso e il display si accende. Funziona come ti aspetti, senza sorprese negative né momenti di frustrazione. È il tipo di esperienza trasparente che non noti finché non ci pensi, e quando ci pensi ti rendi conto che è esattamente quello che vuoi da un orologio.
Approfondimenti
Monitoraggio salute e sensori biometrici
Il sistema TruSense è il cuore del monitoraggio quotidiano. La frequenza cardiaca continua l’ho confrontata in più occasioni con una fascia toracica, e lo scarto era nell’ordine di 2-3 battiti. Per un sensore ottico da polso è più che accettabile. La saturazione dell’ossigeno si misura in pochi secondi e non richiede di restare immobili a lungo come su certi altri dispositivi.
L’ECG è una funzione che probabilmente non userete tutti i giorni, ma averla al polso dà una tranquillità in più. La registrazione dura circa 30 secondi, è semplice da avviare e il tracciato è leggibile direttamente dall’app. Non sostituisce un esame ospedaliero, chiaro, ma come screening quotidiano per chi ha a cuore la salute cardiovascolare è un’aggiunta di valore. Il monitoraggio dell’HRV aiuta invece chi si allena con metodo: se la variabilità è bassa, il corpo chiede riposo. Se è alta, puoi spingere. Semplice, immediato, utile per calibrare il carico senza affidarsi solo alle sensazioni.
C’è anche il monitoraggio dello stress, che funziona in modo continuo e assegna un punteggio durante la giornata. All’inizio l’ho guardato con un certo scetticismo — che ne sa un orologio del mio stress? — ma devo ammettere che i picchi corrispondevano sistematicamente ai momenti più intensi delle giornate lavorative. Non lo userei come strumento diagnostico, ovviamente, ma come indicatore di massima per capire se stai tirando troppo la corda è più utile di quanto pensassi. Mah, forse sto diventando uno di quelli che controlla il punteggio stress prima di decidere se uscire a correre o restare sul divano. Peggio mi sento.
Tracking sportivo e precisione GPS
Ok, la domanda che conta più di tutte: quanto è preciso questo GPS? Dopo un mese di test in condizioni diverse posso dire che è tra i migliori che abbia provato in questa fascia di prezzo, e non lo dico alla leggera. L’antenna floating 3D e il dual-band L1+L5 fanno la differenza vera. Nel centro di Roma — chi conosce la città sa cosa vuol dire correre tra sampietrini, vicoli e muri alti — la traccia restava fedele al percorso reale con deviazioni massime di pochi metri. In aperta campagna, a Grottaferrata, la traccia era praticamente perfetta.
Le metriche post-corsa sono un capitolo denso. Dopo ogni sessione trovi nell’app curve di ritmo, frequenza cardiaca, altitudine, potenza, cadenza, tempo di contatto col suolo, oscillazione verticale, bilanciamento, carico complessivo, tempo di recupero stimato, VO₂Max aggiornato. Per chi prepara una gara, questo dettaglio è oro. Per chi corre per piacere, basta guardare i dati principali e ignorare il resto: l’app è strutturata bene e non ti costringe a scorrere dieci schermate per trovare il ritmo medio.
La Modalità Maratona
È la funzione ammiraglia. Non è un profilo sportivo tra i cento disponibili, è un sistema di coaching completo che ti segue prima, durante e dopo la gara. Inserisci la data della maratona e l’orologio costruisce un piano di allenamento personalizzato. Durante la corsa fornisce guida al ritmo in tempo reale e promemoria per il rifornimento — dettaglio intelligente per chi sa quanto sia facile dimenticarsi di bere dopo il ventesimo chilometro.
Non ho corso una maratona durante il test, lo ammetto. Ma ho provato la guida al ritmo su sessioni lunghe e funziona: vibra se vai troppo forte o troppo piano rispetto al target. Non è invasivo, non stresa, ma c’è quando serve. Le mappe offline per i percorsi personalizzati funzionano decentemente, anche se l’interfaccia non raggiunge il livello di un Garmin con cartografia completa. Magari tra un aggiornamento o due migliora, ma oggi è così.
Quello che mi ha convinto della Modalità Maratona è la logica complessiva: non è un gadget fine a sé stesso, ma un sistema integrato che lega preparazione, esecuzione e analisi. Il piano di allenamento pre-gara tiene conto del tuo livello attuale (basato sulle metriche accumulate), la guida in gara è calibrata sui tuoi dati reali e non su medie generiche, e l’analisi post-gara ti dice dove hai performato bene e dove hai perso. Per un runner amatoriale che si prepara alla prima maratona potrebbe essere uno strumento davvero utile, più di un’app generica di coaching che non conosce i tuoi dati fisiologici. Per un runner esperto, è un’aggiunta gradevole ma forse meno rivoluzionaria.
Display e visibilità
L’AMOLED da 1,32 pollici con picco di 3.000 nit è un buon display. Anzi, più che buono. Colori vivaci, neri profondi, luminosità automatica che gestisce bene il passaggio da interni a esterni. Devo però essere onesto: il test si è svolto a marzo a Roma, e le giornate di sole pieno estivo non ci sono ancora state. In condizioni di luce primaverile si vede sempre benissimo, anche sotto il sole diretto del primo pomeriggio. Ma la prova del fuoco vera sarebbe con il sole di luglio. Per ora posso dire che in nessuna situazione ho avuto problemi di leggibilità, e questo già dice qualcosa.
I quadranti disponibili sono tanti e di qualità mediamente buona. Quelli sportivi mostrano le metriche principali con un colpo d’occhio, quelli eleganti funzionano per l’uso quotidiano. La personalizzazione c’è — widget, complicazioni, scorciatoie — anche se non raggiunge la libertà totale di un Apple Watch. Ma per la maggior parte degli utenti sarà più che sufficiente.
Notifiche e vita quotidiana
Come smartwatch da tutti i giorni fa quello che deve. Notifiche puntuali, leggibili, con risposte rapide preimpostate. Niente tastiera o dettatura vocale, ma su un display da 1,32 pollici non è una perdita reale. Chi ha provato a scrivere un messaggio su un orologio sa che la teoria è bella ma la pratica è altra cosa.
E arriviamo alla grande novità: i pagamenti contactless. Dal 16 marzo — durante il mio test — è arrivato il supporto ai pagamenti tramite Curve Pay. Per anni gli Huawei Watch avevano il chip NFC senza poterlo usare per pagare in Europa. Finalmente si può. La configurazione richiede qualche passaggio: scaricare Curve, registrarsi con documento, collegare le carte (Visa, Mastercard, PayPal), attivare sull’orologio. Non è immediato come Apple Pay, va detto. Ma una volta fatto, paghi avvicinando il polso al POS. E la libertà di uscire a correre senza portafoglio sapendo che puoi fermarti al bar per un caffè? Non ha prezzo. Anzi, ce l’ha: è inclusa.
Cinturino AirDry: la sorpresa del test
Ci torno perché è stata davvero la sorpresa più piacevole di tutto il mese. Il cinturino AirDry in tessuto intrecciato con fili in rilievo e fessure di ventilazione sembrava una trovata marketing da dimenticare. E invece.
Dopo un mese di utilizzo intensivo — corse, passeggiate, giornate intere al polso, notti con l’orologio addosso — il cinturino non ha sviluppato nessun odore. Zero. Chi ha avuto cinturini in silicone o fluoroelastomero dopo settimane di sport sa di cosa parlo: quella patina, quell’odore che resiste ai lavaggi. Qui niente. Il tessuto non trattiene l’umidità e le fessure di ventilazione evidentemente funzionano. Non si riempie di sudore, si asciuga in fretta, resta confortevole. È uno di quei dettagli che sulla carta sembra irrilevante e nella quotidianità cambia tutto. Un cinturino che dopo un mese di sport non puzza è un cinturino che vuoi continuare a usare. Punto.
Nessun segno sul polso, nessun arrossamento, nessuna irritazione anche nelle sessioni più lunghe o durante la notte. Il fluoroelastomero incluso nella confezione è un’alternativa valida per chi vuole qualcosa di più tradizionale, ma dopo averli provati entrambi torno sempre all’AirDry.
Pregi e difetti
Pregi
- Leggerezza eccezionale: 34,5 grammi in titanio, lo dimentichi al polso e non pesa neanche di notte per il tracking del sonno
- GPS dual-band tra i più precisi della categoria, testato con successo anche tra i vicoli del centro storico di Roma
- Autonomia reale di 10-11 giorni con uso completo (notifiche, cardio continuo, GPS, sonno), tra le migliori in circolazione
- Due cinturini nella confezione: l’AirDry in tessuto è una sorpresa per comfort e totale assenza di odori anche dopo un mese di sport
- Metriche running avanzate (soglia lattacida, potenza in watt, VO₂Max) senza sensori esterni
Difetti
- Ecosistema app limitato: mancano Spotify, Google Maps e altre app fondamentali presenti su WearOS e watchOS
- Disconnessioni occasionali dell’app Huawei Health (circa una volta ogni 4-5 giorni durante il mese di test)
- Pagamenti contactless solo tramite Curve Pay, con configurazione meno immediata rispetto a Google Pay o Apple Pay
- Tracking sport indoor meno curato rispetto all’outdoor: niente gestione strutturata di serie e ripetizioni per la palestra
Prezzo e posizionamento
Il listino è 399 euro. Con la promozione di lancio scende a 349 tramite coupon sullo Huawei Store, e in confezione ci sono già due cinturini più un terzo in omaggio nel periodo promozionale. Considerando che un cinturino premium da solo può costare 30-50 euro, la dotazione complessiva è generosa e va pesata nella valutazione del rapporto qualità-prezzo.
Il confronto diretto: COROS PACE 3 a 250 euro è un buon runner watch ma rinuncia a titanio, ECG e qualità costruttiva premium. Garmin Forerunner 265 a 350-400 euro porta un ecosistema software più ricco ma materiali meno nobili e autonomia GPS più corta. Garmin Forerunner 970 è superiore in molti aspetti ma viaggia sui 650-700 euro, un’altra categoria di spesa.
Il prezzo è giusto? Sì, se cercate uno sportwatch serio con materiali premium e potete fare a meno dell’ecosistema app completo. Con lo sconto lancio diventa un affare concreto. Se le app di terze parti sono una priorità irrinunciabile, guardate altrove. Ma sappiate che per avere lo stesso titanio al polso con un altro marchio, pagherete sensibilmente di più.
Un aspetto che vale la pena considerare è la longevità dell’investimento. A differenza di uno smartwatch generalista che invecchia rapidamente quando il sistema operativo smette di essere aggiornato o quando le app diventano incompatibili, uno sportwatch vive e muore sulla qualità dei sensori e sulla precisione del GPS. E quelli non invecchiano. I sensori TruSense, il GPS dual-band, il titanio aerospaziale — tra due anni saranno esattamente gli stessi di oggi. Il software, se Huawei mantiene il ritmo di aggiornamenti che ho visto durante il test, può solo migliorare. È un ragionamento che ha un suo peso quando decidi dove mettere 399 euro. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito ufficiale mentre si può acquistare su Amazon Italia.
Conclusioni
Dopo un mese con il HUAWEI WATCH GT Runner 2 al polso, il bilancio è nettamente positivo. L’hardware è eccellente: titanio aerospaziale, trentaquattro grammi e mezzo che non senti, display luminoso e ben leggibile, GPS tra i più precisi della fascia. Le metriche sportive sono complete, dettagliate e ben presentate nell’app. L’autonomia è tra le migliori in circolazione, e il cinturino AirDry si è rivelato la piccola grande sorpresa del test.
Le riserve stanno nel software e nell’ecosistema: HarmonyOS è ancora acerbo sul fronte app, e le disconnessioni dell’app companion — per quanto sporadiche — sono un’imperfezione che non dovrebbe esserci. L’arrivo di Curve Pay per i pagamenti contactless è un passo avanti che gli utenti Huawei aspettavano da anni, anche se la strada verso la semplicità di Apple Pay è ancora in salita.
Lo consiglio a chi corre con passione e vuole metriche avanzate senza spendere cifre da Garmin top di gamma. A chi cerca un orologio leggero come una piuma che non dia fastidio né in corsa né a letto. A chi apprezza i materiali nobili e non ha bisogno di Spotify al polso per essere felice. Lo sconsiglio a chi vive nell’ecosistema Google o Apple e non intende rinunciarci, e a chi fa soprattutto palestra.
C’è una cosa che non mi aspettavo e che invece è successa: dopo il mese di test, non ho avuto voglia di toglierlo per tornare al mio orologio precedente. E quando un dispositivo in prova riesce a creare questa resistenza al distacco, qualcosa di giusto lo sta facendo. Huawei questa volta ha costruito qualcosa che merita attenzione seria, e se il software matura come deve — e i segnali ci sono — il prossimo aggiornamento potrebbe trasformare un ottimo prodotto in un prodotto eccellente.
Ma se quello che cercate è un compagno da polso che sappia fare il suo mestiere quando i chilometri si accumulano, che non vi faccia sentire di avere uno strumento tecnico addosso tutto il giorno e che alla fine della fiera vi costi meno di quanto vi dà — ecco, questo lo fa. E lo fa dannatamente bene.









