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Creality SparkX i7 perché è migliore della Bambu Lab A1 – Recensione

Ho provato la Creality SparkX i7 e devo dire che mi ha davvero sorpreso perché con un prezzo contenuto si ha una stampante 3D veramente semplice da utilizzare. Ecco come si è comportata nei nostri test.

scritto da D'Orazi Dario 18/03/2026 0 commenti 19 Minuti lettura
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Creality ha deciso di lanciare un brand nuovo, SparkX, separandolo nettamente dal marchio storico. Una scelta che sulla carta poteva sembrare un’operazione di marketing puro, tipo quando le case automobilistiche creano un sotto-brand per non sporcare il nome principale con i modelli economici. Nella pratica, però, il messaggio è chiaro: questa macchina è pensata per chi non ha mai toccato una stampante 3D e vuole iniziare senza impazzire. E per chi, come me, di stampanti 3D ne ha viste parecchie e cerca qualcosa che funzioni e basta, senza dover passare le serate sui forum a cercare il profilo giusto per il PETG o a calibrare lo Z-offset a mano per la ventesima volta.

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Il punto è questo: a 369 euro per il Color Combo con CFS Lite incluso, questa macchina gioca in una fascia di prezzo dove la concorrenza è agguerrita e i margini di errore sono minimi. Bambu Lab A1 Combo, Anycubic Kobra S1 Combo, ce n’è per tutti i gusti e per tutti i portafogli. Ma la i7 ha un asso nella manica che ho capito solo dopo qualche giorno di utilizzo reale, e riguarda la semplicità. Non quella finta, da depliant patinato con foto di famiglie sorridenti che stampano casette colorate. Quella vera, autentica, da «lo accendi, scegli un modello e stampa». Sembra poco? Vi assicuro che nel mondo delle stampanti 3D, dove ogni macchina sembra richiedere una laurea in ingegneria meccanica prima di tirare fuori un cubo decente, è tantissimo. E poi, diciamolo: ha anche vinto il premio «Best 3D Printer» al CES 2026 di Las Vegas secondo Tom’s Hardware, il che non è esattamente un dettaglio da nascondere. Attualmente è disponibile sul sito ufficiale o direttamente tramite il rivenditore ufficiale Bilcotech.

Unboxing e prime impressioni

Lo scatolo è più piccolo di quanto mi aspettassi. Lo dico perché chi è abituato alle Ender serie vecchia, quelle con cinquanta pezzi da montare e il manuale che sembrava la tesi di laurea di uno studente del Politecnico, resterà un po’ spiazzato. L’imballo è curato, con protezioni in polistirolo sagomate che tengono tutto ben fermo. Dentro c’è la stampante praticamente assemblata, il cavo di alimentazione, un kit accessori con brugole e spatola metallica, i tubicini PTFE per il CFS Lite, il portabobina singolo e un campione di filamento bianco. Ah, e un foglietto con dei QR code che rimandano alle guide online e ai video di setup. La guida cartacea c’è ma è essenziale, quasi simbolica, tipo quelle di IKEA ma con meno disegnini.

La prima sensazione, tirando fuori la macchina? Leggera. Nove chili scarsi. Confesso che mi ha fatto storcere il naso, perché nella mia testa peso uguale qualità costruttiva, è un bias che mi porto dietro da anni. E invece no, sbagliavo. La base è in plastica, sì, ma il gantry è in alluminio spazzolato con un finish argentato che fa la sua figura, e le guide lineari sono dove devono essere. Il piatto PEI dorato a doppia faccia è già montato, l’hotend quick-release è al suo posto con la sua clip laterale pronta all’uso. L’ho tirata fuori, collegata alla corrente, seguita la procedura iniziale sul touchscreen da 2,85 pollici, e in cinque minuti ero pronto per la prima stampa. Cinque minuti veri, cronometrati, non quelli gonfiati del marketing. La calibrazione automatica ha fatto il suo giro, il piatto si è livellato da solo, l’Input Shaping ha completato il ciclo, e via. Il Benchy precaricato nella memoria interna aspettava solo di essere mandato in stampa.

Design e costruzione

Non girerò intorno alla questione: la i7 somiglia parecchio alla Bambu Lab A1. Il layout è quello, l’impostazione generale è quella, anche l’hotend quick-release ricorda da vicino il sistema Bambu. E lo so che qualcuno griderà al clone, perché nel mondo della stampa 3D desktop la sensibilità sul tema è alta e le polemiche non mancano mai. Detto questo, ci sono differenze non banali che si notano mettendo le mani sulla macchina.

La chiusura dell’hotend è laterale, ed è più comoda secondo me rispetto alla soluzione Bambu. Il sistema di sgancio dell’estrusore, poi, è una trovata che ho apprezzato subito: una leva che apre tutto il percorso del filamento in caso di inceppamento, esponendo completamente la zona di alimentazione. Quando serve, e prima o poi con qualsiasi stampante serve, ti fa risparmiare mezz’ora di imprecazioni e pinzette ficcate in posti improbabili. È una di quelle soluzioni che sembrano ovvie col senno di poi, e ti chiedi perché nessuno ci abbia pensato prima in questo modo.

Il corpo in lega di alluminio argentato ha un aspetto… moderno, ecco. Pulito. La striscia LED RGB frontale dà un tocco un po’ gaming che non è esattamente il mio genere, ma devo ammettere che come indicatore di stato funziona benissimo. Rosso durante il riscaldamento, poi cambia colore durante le fasi della stampa, e puoi personalizzarla dall’interfaccia. C’è anche una sorta di «privacy shield» per la telecamera, un coperchietto che si ruota per coprire l’obiettivo quando non vuoi essere monitorato. Dettaglio piccolo, pensiero grande.

Il CFS Lite, il modulo multifilamento a 4 slot, merita un paragrafo a sé. L’aspetto è quello di un giocattolo degli anni Novanta, detto senza cattiveria ma anche senza mezzi termini. Le bobine girano libere dentro, non c’è retrazione attiva degli spool, e le prime volte che l’ho caricato ho pensato «qui si incastra tutto nel giro di un’ora». E invece funziona. Non so bene come, ma funziona. In tre settimane di test non ho avuto un singolo groviglio o inceppamento del filamento nel CFS Lite. Le bobine fanno un po’ di casino girando libere e il filamento crea qualche riccio disordinato, ma non si è mai attorcigliato su se stesso. Misteri della meccanica.

Le dimensioni complessive della macchina sono contenute: 470 x 423 x 456 mm. Entra su una scrivania senza problemi e senza richiedere un tavolo dedicato, e questo è un punto a favore enorme per chi non ha un laboratorio o un garage dove relegare l’attrezzatura. L’ho messa sullo scaffale dello studio, tra il monitor secondario e una pila di libri di psicologia che dovrei studiare e che invece uso come fermacarte, e ci stava benissimo. Dafne e Anubi, le mie due paste di cani, le hanno dato un’annusata di circostanza e l’hanno ignorata. Approvazione ottenuta.

Specifiche tecniche

SpecificaValore
Tecnologia di stampaFFF (Fused Filament Fabrication)
Volume di stampa260 x 260 x 255 mm
Velocità massima500 mm/s
Accelerazione massima10.000 mm/s²
Velocità tipica di stampa300 mm/s
Temperatura nozzle max300 °C
Temperatura piatto max100 °C
Diametro nozzle (di serie)0,4 mm (acciaio temprato)
Nozzle compatibili0,2 / 0,4 / 0,6 / 0,8 mm
Altezza layer0,05 – 0,3 mm
Diametro filamento1,75 mm
Materiali supportatiPLA, PLA Silk, PETG, TPU (90A+), PLA-CF
EstrusoreDirect Drive
Piatto di stampaPEI dorato dual-side, magnetico flessibile
LivellamentoAutomatico
CalibrazioneAuto Z-offset, Input Shaping, Bed Leveling
ConnettivitàWi-Fi, USB
DisplayTouchscreen a colori 2,85 pollici
Fotocamera720p con AI detection
IlluminazioneBarra LED RGB programmabile
Memoria interna8 GB
Rumorosità≤ 48 dB (Night Mode)
Potenza nominale700W (220V) / 400W (110V)
Dimensioni stampante470 x 423 x 456 mm
Peso netto9,12 kg
Software di slicingCreality Print, Creality Cloud App
CFS Lite (Color Combo)4 slot, riconoscimento RFID, cambio automatico
Funzionamento max ambiente40 °C

 

Hardware e componentistica

L’estrusore Direct Drive è il componente che mi ha convinto di più, e non perché sia una novità assoluta nel panorama, ma per come lo hanno implementato. Non è solo questione di spingere il filamento in modo efficace, quello lo fanno tutti ormai, ma di come gestisce i materiali morbidi e problematici. Ho stampato TPU 90A senza un singolo inceppamento, e chi ha provato a far passare del flessibile attraverso un Bowden tube lungo quaranta centimetri sa esattamente cosa intendo. La meccanica di rilascio dell’estrusore, quella che apre tutto il percorso del filamento con una leva, è una di quelle soluzioni che una volta viste sembrano ovvie. Perché tutte le stampanti non funzionano così?

L’hotend integrato combina nozzle, heat break e dissipatore in un unico pezzo monolitico. Lo sganci con una clip laterale, senza attrezzi di nessun tipo, e lo sostituisci in cinque secondi. Letteralmente. La temperatura massima di 300°C apre le porte a parecchi materiali, anche se nella pratica io mi sono mosso tra i 200 e i 250°C per la stragrande maggior parte del tempo. Il nozzle in acciaio temprato da 0,4 mm di serie è una scelta intelligente e lungimirante: resiste ai filamenti abrasivi come il PLA-CF e il PLA glow-in-the-dark senza degradarsi come quelli in ottone, che dopo qualche bobina di composito diventano colabrodo.

Le doppie viti senza fine sull’asse Z, incapsulate dentro il gantry in alluminio, danno una stabilità che non ti aspetti da una macchina da nove chili. La guida lineare sull’asse X e le barre lineari per il piatto completano un sistema di movimento che, alle velocità tipiche di 300 mm/s, non ha mostrato segni di cedimento o ghosting preoccupante. La ventola radiale 5015 personalizzata con doppia uscita d’aria direzionata verso il nozzle fa un lavoro eccellente nel raffreddamento dei layer, specialmente sulle stampe veloci dove il PLA tende a deformarsi come plastilina se non raffreddato subito. Ho notato anche il fanino supplementare sull’estrusore, quello che raffredda il motore per evitare che il calore si trasmetta ai gears e faccia ammorbidire il filamento prima del dovuto. Un dettaglio da ingegneri che ci tengono.

Software e app companion

Ecco, qui il discorso si fa interessante. E un po’ controverso, devo dire. Creality Print, lo slicer desktop, è migliorato parecchio rispetto a un paio d’anni fa, quando era poco più di un Cura riskinato male con qualche funzione in meno. I profili per la i7 funzionano bene out of the box, senza bisogno di smanettare: ho stampato il primo Benchy precaricato in 21 minuti con il profilo standard PLA e il risultato era più che dignitoso. Un difettuccio su una layer line nella zona dello scafo, ma parliamo di roba visibile solo cercandola. Lo slicer ti permette anche di monitorare la stampa in tempo reale dalla scheda dispositivo, grazie alla fotocamera integrata, e questo è comodissimo quando lanci una stampa lunga e vuoi controllare senza alzarti.

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La Creality Cloud App è il pezzo forte per i principianti, e probabilmente anche il motivo per cui Creality ha spinto tanto il marketing su questa macchina. Unisce in un unico flusso la ricerca di modelli dal catalogo cloud (milioni, dicono, e in effetti la libreria è sterminata), lo slicing automatico e l’avvio della stampa. Puoi fare tutto dal telefono senza aprire mai uno slicer tradizionale e senza sapere cosa sia una retraction distance. Funziona? Sì, per l’80% degli usi quotidiani funziona più che bene. I profili automatici gestiscono temperatura, retrazione, flusso e velocità senza che tu debba sapere cosa significano quei parametri. Ma se vuoi smanettare, le opzioni avanzate ci sono, nascoste nei sottomenu per non spaventare chi è alle prime armi. Scelta giusta dal punto di vista dell’esperienza utente.

Il riconoscimento RFID dei filamenti Creality è una chicca che ho apprezzato più di quanto pensassi. Inserisci la bobina nel CFS Lite, la macchina la riconosce tramite il tag RFID e imposta automaticamente tutti i parametri: temperatura nozzle, temperatura piatto, velocità, retrazione. Sul serio, non tocchi nulla. Con filamenti di terze parti ovviamente devi impostare manualmente, ma i profili generici per PLA, PETG e TPU che trovi nello slicer funzionano decentemente anche con bobine non Creality.

Una cosa che mi ha fatto piacere: la memoria interna da 8 GB permette di caricare modelli via USB e poi stampare senza lasciare la chiavetta inserita. Sembra una sciocchezza, ma quando hai tre o quattro file pronti in memoria e vuoi lanciare una stampa veloce senza accendere il computer, scorrere la lista dal touchscreen e toccare «stampa» è di una comodità disarmante. Il touchscreen da 2,85 pollici è piccolo ma reattivo, con menu organizzati in modo logico. Non è il display più bello che abbia mai visto su una stampante, ma fa quello che deve fare senza lentezze o malfunzionamenti.

Test sul campo

E qui arriviamo al dunque, perché le specifiche sulla carta sono una cosa, i video promozionali un’altra, ma poi bisogna stampare. E stampare tanto, con materiali diversi, progetti diversi, aspettative diverse. Ho usato questa macchina per circa tre settimane, praticamente tutti i giorni, con un mix di stampe funzionali, estetiche e nate da necessità spicciola del momento.

La prima stampa seria in PLA è stata un porta spezie per la cucina. Niente di complicato, un modello trovato su Creality Cloud, sei pezzi da assemblare a incastro. Risultato impeccabile: layer uniformi, adesione al piatto perfetta senza colla né lacca, distacco pulito a piatto freddo. Ecco, questa cosa dell’adesione mi ha colpito davvero e ci torno sopra perché merita. Il piatto PEI dorato tiene tutto. PLA, ABS, PETG, qualsiasi cosa ci mettessi sopra rimaneva incollata durante la stampa come se ci fosse la supercolla, e si staccava da sola una volta che il piatto si raffreddava. Non ho usato colla, lacca, biadesivo o altri rimedi della nonna nemmeno una volta in tre settimane. E chi ha combattuto con i piatti in vetro temperato, con la colla stick da rinnovare ogni tre stampe e il raschietto che graffia tutto, sa quanto vale questa cosa nella pratica quotidiana.

Poi ho stampato un supporto per il cavo di ricarica dell’auto, un progetto che avevo in testa da un po’ e che ho modellato io su Fusion 360. PLA bianco, niente di trascendentale, ma servivano tolleranze precise per l’incastro a scatto perché doveva agganciarsi al tunnel centrale della macchina. La i7 ha centrato le misure al primo tentativo, con uno scarto inferiore al decimo di millimetro rispetto al modello CAD. Stessa storia con un supporto per il TP-Link Deco BE25, il ripetitore Wi-Fi mesh che uso a casa: doveva agganciarsi a parete con una clip specifica da 1,8 mm di spessore, e le dimensioni erano perfette. Nessuna rifinitura necessaria, nessuna limatura, montaggio diretto.

Ma il test che mi ha davvero sorpreso è stato l’ABS. Ho stampato un copribracciolo per l’interno della Cupra Formentor, un pezzo che deve resistere al calore estivo dell’abitacolo e all’usura dello sfregamento quotidiano. L’ABS è notoriamente rompiscatole da stampare: si deforma, si stacca dal piatto, puzza da morire, e su una stampante a telaio aperto senza camera riscaldata di solito fa disastri. Piatto riscaldato a 100°C, nozzle a 250°C, ho chiuso la porta dello studio e incrociato le dita. Warping? Quasi zero. Un angolo si è sollevato di forse mezzo millimetro su un pezzo di 18 centimetri, che per l’ABS su macchina aperta è praticamente un miracolo. Non lo farei con pezzi enormi o geometrie critiche, ma per componenti di dimensioni medie è sorprendentemente gestibile.

E poi c’è il TPU. Questa è stata la sorpresa più grande del test, quella che mi ha fatto alzare le sopracciglia. Ho stampato un estrattore per il tiro con l’arco, un tab flessibile che uso davvero in campo al CUS Roma durante gli allenamenti. Il TPU è un materiale che mette in crisi molte stampanti, specialmente quelle con sistema Bowden dove il filamento flessibile si accartoccia nel tubo come un serpente impazzito. L’estrusore Direct Drive della i7 l’ha gestito senza un singolo intoppo. Nessun inceppamento, nessuna sottoestrusione, nessun blob, flessibilità finale perfetta. Il pezzo finito ha la consistenza giusta, si flette dove deve flettere e tiene dove deve tenere. Dafne, la mia pastore svizzero bianco, ha provato a masticare l’estrattore finito mentre lo lasciavo sulla scrivania a raffreddarsi, e non è riuscita a romperlo. Il che probabilmente vale più di qualsiasi test di resistenza meccanica con strumentazione certificata.

Un altro progetto che merita una menzione: un vaso decorativo stampato in vase mode, spirale continua, PLA Silk dorato. Un’unica parete sottilissima, nessun riempimento, solo perimetro. Il risultato è stato di una levigatezza quasi irreale, con i riflessi del PLA Silk che giocavano sulla superficie come su un oggetto in ceramica smaltata. L’ho messo sul mobile del salotto e più di una persona in visita ha chiesto dove l’avessi comprato.

La calibrazione automatica merita due parole in più perché è il fondamento su cui poggia tutta l’esperienza d’uso. Prima di ogni stampa, la macchina esegue un ciclo rapido di livellamento del piatto, regolazione dello Z-offset e Input Shaping. Ci mette circa un minuto, forse un minuto e mezzo. All’inizio lo trovavo un po’ tedioso, abituato com’ero a mandare in stampa e via. Poi ho capito che quel minuto mi risparmiava i fallimenti del primo layer, quelli che su altre macchine ti costano mezz’ora di stampa buttata, filamento sprecato e nervosismo crescente. È un investimento di tempo che si ripaga da solo, e dopo i primi giorni lo accetti come parte del rituale senza neanche pensarci.

Ho provato anche a stampare oggetti grandi, sfruttando buona parte del volume di stampa disponibile. Un supporto da scrivania largo 22 centimetri, un contenitore per i guinzagli dei cani, un coperchio per un box di stoccaggio. Il piatto da 260 x 260 mm è generoso per una macchina desktop, e i 255 mm di altezza bastano per la maggior parte dei progetti casalinghi. Non stamperai un casco cosplay in un pezzo unico, ma per tutto il resto c’è spazio a sufficienza senza dover tagliare i modelli e assemblarli.

Approfondimenti

Velocità di stampa: i numeri e la realtà quotidiana

500 mm/s è il numero che trovi sulla scheda tecnica e che Creality mette in grassetto su ogni pagina promozionale. E sì, la macchina ci arriva tecnicamente, durante i movimenti di spostamento rapido tra una zona e l’altra del modello. Ma come per qualsiasi stampante FFF sul mercato, la velocità massima è un dato che racconta solo una parte della storia. La velocità di deposizione effettiva del filamento dipende dal modello, dalla complessità geometrica, dall’altezza del layer, dal materiale. Nella pratica reale e quotidiana, la velocità tipica si aggira sui 300 mm/s, che è comunque un valore alto e perfettamente adeguato. Il Benchy in 21 minuti ve lo confermo, l’ho cronometrato col timer del telefono perché al primo lancio non ci credevo.

L’Input Shaping fa un lavoro onesto nel contenere il ghosting alle velocità più elevate. Non è perfetto, e se stampate un modello con molte superfici piatte e parallele alle alte velocità qualche leggera ondulazione la vedrete, ma parliamo di difetti visibili solo guardando il pezzo controluce con un’attenzione quasi maniacale. Il Pressure Advance, invece, mi ha convinto di più: gli angoli escono puliti, le linee di giunzione tra perimetri quasi invisibili, e le retraction sono gestite senza quei blobettini di filamento che rovinano le superfici. A 300 mm/s la qualità è davvero buona, e questo per una macchina da 369 euro è un risultato notevole che vale la pena sottolineare. Anzi no, non «sottolineare», che sa di frase da comunicato stampa. Diciamo che è un risultato che fa alzare un sopracciglio in senso positivo.

Qualità di stampa e finitura superficiale

Ok, parliamo di qualità nel dettaglio. Con layer da 0,2 mm e il profilo standard Creality Print, il risultato è pulito e consistente. Non sto dicendo che compete con una Prusa MK4 con profilo ottimizzato da mesi di test e community, ma per una stampante entry-level a questo prezzo siamo a un livello che due anni fa era semplicemente impensabile. Le superfici superiori sono lisce, i bridge gestiti bene fino a 4-5 centimetri di lunghezza senza supporti, e i supporti stessi, quando servono, si staccano con facilità e lasciano una superficie accettabile sotto.

Dove ho notato la differenza rispetto a macchine più costose è nei dettagli veramente minuscoli: scritte sotto i 5 mm di altezza che perdono definizione, texture molto fini che si appiattiscono, angoli acuti su pezzi piccoli che tendono ad arrotondarsi leggermente. Ma per il 95% dei progetti che un utente medio porta sulla stampante, dalla scatoletta portaoggetti al pezzo di ricambio per l’elettrodomestico rotto, è più che sufficiente. Il porta spezie ha una finitura che mia moglie ha scambiato per un prodotto comprato su Amazon, il che è il miglior complimento che una stampa 3D possa ricevere.

Stampa multicolore: il bello e lo spreco

Arriviamo al tasto dolente. Anzi, agrodolce, che è più preciso. La stampa multicolore con il CFS Lite funziona, e funziona bene. I colori sono vivaci, le transizioni tra un colore e l’altro pulite, il cambio filamento automatico affidabile. In tre settimane non ho avuto un singolo fallimento di cambio colore, nessun inceppamento nel passaggio da una bobina all’altra, nessuna contaminazione cromatica visibile sui pezzi finiti. La scelta dei colori con i filamenti Hyper PLA di Creality è ampia e i risultati estetici sono davvero appaganti. Questo è il lato dolce.

Il lato amaro è lo spreco di materiale, e qui bisogna essere onesti. Ogni cambio colore produce una «purga», quel vermicello di filamento che la macchina espelle per pulire il nozzle dal colore precedente prima di depositare quello nuovo. E poi c’è la torre di purga, quella colonna che cresce accanto al modello durante la stampa e che serve da zona di scarico per stabilizzare il flusso dopo ogni cambio. Su un modello a 4 colori, i numeri sono impietosi e non li addolcisco: per un castello di calibrazione che richiede circa 31 grammi di filamento effettivo per il modello, il sistema ne usa quasi 50 per la torre di purga e ne espelle quasi 490 grammi come scarti. Quasi mezzo chilo di filamento per un modellino. La prima volta che ho visto il mucchietto di scarti accanto alla stampante sono rimasto a bocca aperta.

Ora, Creality dichiara che il sistema spreca il 50% in meno rispetto ad altre soluzioni multicolore con singolo nozzle, e può darsi che il dato sia corretto in determinate condizioni. Ma resta il fatto che stampare in multicolore costa, in termini di materiale consumato, molto più di quanto il modello finale richieda. È un problema strutturale dell’intera tecnologia single-nozzle multicolor, non un difetto esclusivo di questa macchina, e al momento nessun produttore ha trovato una soluzione miracolosa. Ho provato a ridurre le purghe nello slicer e si può fare, riducendo la quantità di materiale espulso a ogni cambio colore, ma servono tempo e pazienza per trovare il punto di equilibrio tra pulizia del colore e risparmio di materiale. Questo è l’unico aspetto su cui non riesco a fare pace con la macchina, anche sapendo che è un limite di tutta la categoria.

Usarla senza il modulo multicolore

C’è da dire una cosa che molti trascurano: la i7 non è obbligata a stampare in multicolore. Togliendo il CFS Lite e montando il portabobina singolo incluso nella confezione, diventa una stampante monofilamento veloce, affidabile e priva di qualsiasi spreco aggiuntivo. Anzi, per essere onesti, la maggior parte delle mie stampe durante le tre settimane di test le ho fatte esattamente così: un colore, un filamento, via. Il porta spezie, il supporto per il Deco BE25, il copribracciolo della Formentor, l’estrattore per l’arco, il supporto del cavo di ricarica. Tutti monofilamento, tutti perfetti.

In questa configurazione la macchina brilla davvero, perché non hai spreco, non hai torri di purga, non hai tempi morti per il cambio colore, e la velocità effettiva è quella massima senza i rallentamenti inevitabili del passaggio da una bobina all’altra. Chi non è sicuro di aver bisogno del multicolore può partire così e aggiungere il CFS Lite in un secondo momento. Scelta saggia.

Rumorosità e modalità notturna

La rumorosità dichiarata è di 48 dB o meno in Night Mode. Non ho uno strumento professionale per misurarla con precisione assoluta, ma posso raccontare la mia esperienza diretta. Con la porta dello studio chiusa, dal salotto non sentivo nulla. In modalità normale si percepisce un ronzio basso e costante, il soffio della ventola di raffreddamento parte, e poco altro. Niente di paragonabile alle Ender di qualche anno fa, quelle che sembravano trattori a mezzanotte e facevano vibrare il tavolo.

La modalità notturna, attivabile dal touchscreen, spegne LED e suoni di notifica e riduce ulteriormente il rumore dei motori. Una sera ho lanciato una stampa alle 23 e mi sono addormentato con la porta dello studio aperta. Anubi, il mio pastore belga nero, dorme proprio lì vicino e non si è svegliato. Il che, per un cane che abbaia se sente una formica camminare sul pavimento al piano di sotto, è un test di silenziosità abbastanza eloquente. Aggiungo che la macchina funziona bene anche a temperature ambiente elevate, certificata fino a 40°C, il che per chi stampa d’estate a Roma senza aria condizionata non è un dettaglio trascurabile.

Connettività Wi-Fi e monitoraggio AI

Il Wi-Fi è stabile. Punto. Lo dico subito perché è la domanda che mi fanno tutti quando parlo di stampanti con connettività wireless, dato che molte macchine della concorrenza hanno una reputazione pessima su questo fronte. Dopo tre settimane di utilizzo con la connessione sempre attiva alla rete di casa, non ho avuto un solo dropout, un solo errore di connessione, un solo job interrotto per colpa del Wi-Fi. Funziona e basta.

La fotocamera 720p integrata trasmette le immagini allo slicer desktop e all’app mobile con un ritardo accettabile, non è real-time assoluto ma abbastanza vicino da essere utile. Il sistema di rilevamento AI monitora la stampa cercando problemi tipici: spaghetti (quando il filamento non aderisce e si accumula in un groviglio), stampa in aria (quando il modello si stacca dal piatto e la macchina continua a estrudere nel vuoto), grovigli di filamento e problemi del piatto di stampa. L’ho messo alla prova una volta, volutamente, facendo partire una stampa con il piatto sporco di residui, e il sistema l’ha segnalato prima che il primo layer fosse completato. Non sarà infallibile su ogni scenario possibile, ma come rete di sicurezza per chi è alle prime armi e magari lascia la stampante incustodita per ore, fa il suo lavoro.

Materiali testati e compatibilità

Durante le tre settimane di test ho stampato con PLA (il materiale che ho usato di gran lunga di più, in vari colori e finiture tra cui il Silk dorato), ABS, PETG e TPU. Tutti senza problemi significativi e con risultati che mi hanno soddisfatto. Il PLA è il pane quotidiano di qualsiasi stampante 3D, e qui la i7 non fa eccezione: risultati costanti stampa dopo stampa, buona adesione al piatto PEI, distacco pulito a freddo. Il PETG ha richiesto un po’ più di attenzione con la temperatura del nozzle e la retrazione per evitare le stringhe fastidiose, ma il profilo di Creality Print funzionava bene come punto di partenza.

L’ABS, come ho raccontato nel test del copribracciolo, ha stampato meglio di quanto mi aspettassi su una macchina a telaio aperto. Non è il materiale ideale per questa stampante, e Creality stessa non lo mette nella lista dei materiali principali, ma per pezzi di dimensioni contenute è fattibile con le dovute precauzioni. Il TPU è stato la sorpresa positiva, merito dell’estrusore Direct Drive che gestisce i flessibili senza soffrire e senza i problemi di compressione tipici dei sistemi Bowden.

Manca il supporto ufficiale per i filamenti ad alta temperatura come ASA e Nylon, e questo è prevedibile su una macchina a telaio aperto senza camera riscaldata e chiusa. Chi lavora con quei materiali deve necessariamente guardare altrove, magari verso la Anycubic Kobra S1 Combo che gestisce ASA e Nylon grazie alla camera chiusa, o verso macchine di fascia superiore.

Manutenzione e modularità dei componenti

Hotend, leva dell’estrusore e tagliafilamento sono tutti modulari e sostituibili senza attrezzi. Questa è una cosa che apprezzo enormemente e che credo faccia la differenza nel lungo periodo, perché la manutenzione di una stampante 3D è inevitabile e se riesci a farla in trenta secondi invece che in trenta minuti, la farai davvero e non la rimanderai all’infinito fino a quando la macchina non smette di funzionare. I nozzle disponibili nelle misure 0,2, 0,4, 0,6 e 0,8 mm permettono di adattare la macchina al progetto: lo 0,2 per i dettagli microscopici (attenzione però ai tempi di stampa lunghissimi), lo 0,4 come tuttofare, lo 0,6 e lo 0,8 per le stampe veloci dove il dettaglio fine non serve. Ho usato quasi esclusivamente lo 0,4 di serie, ma la possibilità c’è e non costa quasi nulla in termini di tempo di sostituzione.

Pregi e difetti

Pregi

  • Adesione al piatto PEI eccezionale con tutti i materiali testati, senza necessità di colla o lacca in nessun caso
  • Setup in 5 minuti reali: dall’apertura della scatola alla prima stampa senza frustrazione e senza esperienza pregressa
  • Estrusore Direct Drive capace di gestire il TPU flessibile senza inceppamenti, cosa rara in questa fascia
  • Rapporto qualità/prezzo aggressivo a 369 euro per il Color Combo completo con CFS Lite
  • Rumorosità contenuta in uso normale e quasi impercettibile in Night Mode, stampe notturne senza disturbo

 

Difetti

  • Spreco di filamento eccessivo nelle stampe multicolore con impostazioni di default, quasi mezzo chilo di scarti su un modello da 31 grammi
  • CFS Lite dall’aspetto poco rassicurante, con bobine che girano libere senza retrazione attiva e creano disordine
  • Nessun supporto per filamenti ad alta temperatura come ASA e Nylon a causa del telaio aperto senza camera chiusa
  • Design della stampante molto simile alla Bambu Lab A1, poca identità visiva propria per un brand che vuole distinguersi

 

Prezzo e posizionamento

A 369 euro per il Color Combo con CFS Lite incluso, la i7 si posiziona nella fascia bassa del mercato delle stampanti multicolore. Il prezzo di listino ufficiale del Color Combo è di 399 dollari, che al cambio attuale si traduce in circa 370-380 euro, ma con le promozioni frequenti e le offerte early bird si scende facilmente sotto i 350. A gennaio 2026, durante il lancio, il prezzo early bird era di 339 dollari, con in omaggio anche un anno di Creality Cloud Membership e garanzia estesa. Parliamo di un prezzo inferiore alla Bambu Lab A1 Combo, che oscilla tra i 399 e i 449 euro, e nettamente sotto la Anycubic Kobra S1 Combo che si aggira sui 459 euro.

Chi vuole risparmiare ulteriormente può comprare la i7 da sola, senza il modulo multicolore, e aggiungere il CFS Lite in un secondo momento quando e se ne sentirà il bisogno. Una scelta che consiglio a chi non è sicuro di voler stampare in multicolore: parti con la stampa monofilamento, valuti se la macchina ti soddisfa, e poi eventualmente espandi. In questa configurazione base il prezzo scende ulteriormente, rendendo la i7 competitiva anche contro le stampanti monofilamento pure nella stessa fascia di prezzo.

Il confronto con la Bambu Lab A1 Combo è inevitabile e va fatto onestamente. La A1 ha più tempo sul mercato, una community enorme, profili di stampa collaudati da migliaia di utenti, e un software maturo. Ma costa di più, non ha il riconoscimento RFID dei filamenti, e il sistema multicolore AMS Lite non è necessariamente superiore al CFS Lite in termini di affidabilità quotidiana. La Anycubic Kobra S1 Combo, invece, ha il vantaggio della camera chiusa e del supporto ASA e Nylon, ma anche un prezzo più alto e una curva di apprendimento leggermente più ripida. Ognuna ha il suo pubblico, e dire che una è migliore dell’altra in assoluto sarebbe disonesto.

Rispetto alla concorrenza diretta, quello che compri a questa cifra è notevole: un volume di stampa generoso da 260 x 260 x 255 mm, velocità di stampa elevata, calibrazione completamente automatica, fotocamera AI integrata, Wi-Fi stabile, e un estrusore Direct Drive che digerisce il TPU senza fare storie. Due anni fa, per ottenere tutto questo avresti speso il doppio. Forse il triplo.

Conclusioni

Dopo tre settimane di utilizzo quotidiano, la SparkX i7 Color Combo mi ha fatto cambiare idea. Lo ammetto senza problemi. Ero partito con la sufficienza di chi ha visto troppe stampanti promettere rivoluzioni e poi deludere alla prima stampa seria, e mi ritrovo a consigliare questa macchina senza troppi condizionali. Non è perfetta, e lo spreco in multicolore è un difetto reale che peserà sulla bolletta del filamento di chiunque stampi spesso a più colori. Ma tutto il resto funziona, funziona bene, e soprattutto funziona subito, senza quel periodo di rodaggio e frustrazione che di solito accompagna le stampanti nuove.

La consiglio a chi si avvicina per la prima volta alla stampa 3D e vuole una macchina che non lo faccia impazzire con calibrazioni manuali e profili da ottimizzare. La consiglio a chi stampa già e cerca un secondo apparecchio compatto, veloce e silenzioso da tenere sulla scrivania senza rimorsi. La consiglio a chi vuole provare il multicolore senza dover accendere un mutuo. Non la consiglio a chi lavora con ASA, Nylon o filamenti ingegneristici che richiedono una camera chiusa e temperature costanti. Non la consiglio a chi cerca il massimo controllo su ogni singolo parametro dello slicing, a quelli a cui piace più smanettare che stampare e che trovano soddisfazione nel processo quanto nel risultato.

Il prezzo è quello che è: 369 euro per una macchina che stampa PLA, ABS, PETG e TPU con risultati eccellenti, veloce, silenziosa, con multicolore incluso e un ecosistema software che anche mio padre capirebbe. Se Creality avesse messo un logo più blasonato sopra e avesse chiesto 100 euro in più, nessuno avrebbe battuto ciglio. E questo, alla fine della fiera, dice tutto su quello che questa stampante 3D è e su quanto vale davvero. Attualmente è disponibile sul sito ufficiale o direttamente tramite il rivenditore ufficiale Bilcotech.

La Nostra Valutazione

Punteggio: 9/10
3DCrealityplaRecensionereviewsparkxstampastampante 3DTPU
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D'Orazi Dario
D'Orazi Dario

CEO di TecnoAndroid.it sono stato sempre appassionato di tecnologia. Appassionato di smartphone, tablet, PC e Droni sono sempre alla ricerca del device perfetto... Chissà se lo troverò mai... :)

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