Il monitoraggio del sonno è ormai una funzione centrale di qualsiasi dispositivo indossabile che si rispetti, dagli smartwatch agli smart ring. Durata, qualità, frequenza cardiaca, variabilità del battito: i parametri tracciati sono sempre di più. Eppure, secondo una ricerca condotta da Ultrahuman insieme allo Snyder Lab della Stanford University, c’è un fattore che viene sistematicamente sottovalutato, e potrebbe essere il più importante di tutti: la regolarità degli orari di sonno. I risultati suggeriscono che andare a dormire sempre alla stessa ora incide sulla salute metabolica e sul controllo della glicemia più della durata complessiva del riposo.
Lo studio, attualmente in fase di revisione paritaria, ha lavorato su una mole di dati impressionante: circa 228.000 notti di sonno raccolte da quasi 6.000 partecipanti, il che ne fa una delle analisi più ampie mai realizzate sul rapporto tra ritmo circadiano e metabolismo. I dati sul sonno sono stati raccolti tramite Ultrahuman Ring Air, mentre i livelli di glucosio sono stati monitorati con il sistema continuo Ultrahuman M1. Questo doppio approccio ha permesso di mettere a confronto diretto le abitudini notturne con le variazioni della glicemia, restituendo un quadro piuttosto dettagliato.
Bastano 60 minuti di variazione per fare la differenza
Ed è proprio qui che la faccenda si fa interessante. Secondo i ricercatori, basta una differenza del 10/15% nella variabilità degli orari in cui si va a dormire, parliamo di uno spostamento di 60 o 90 minuti, per trovarsi davanti a profili metabolici completamente diversi. Da un lato, persone con un controllo glicemico paragonabile a quello di un atleta. Dall’altro, individui che si avvicinano a valori prediabetici. Non esattamente una sfumatura trascurabile.
Quando il sonno risultava irregolare, i dati mostravano una glicemia notturna mediamente più alta di 6,4 mg/dL, una riduzione di quasi il 14% del tempo trascorso in un intervallo glicemico sano, una frequenza cardiaca durante il sonno più alta di circa 9 bpm e una riduzione della variabilità della frequenza cardiaca (HRV) di 7 ms. Tutti segnali che indicano maggiore stress metabolico e cardiovascolare. La cosa ancora più rilevante è che molti dei partecipanti con questi valori si consideravano perfettamente in salute. Il che suggerisce che orari di sonno irregolari potrebbero alimentare disfunzioni metaboliche silenziose, capaci di svilupparsi anni prima di qualsiasi diagnosi clinica.
Cosa potrebbe cambiare nei dispositivi indossabili
Per chi produce dispositivi indossabili, risultati del genere potrebbero avere conseguenze concrete. Ancora oggi, la maggior parte dei sistemi di analisi del sonno si concentra sulla durata complessiva del riposo. Questa ricerca invece indica che la regolarità del ritmo circadiano dovrebbe pesare molto di più nei punteggi del sonno. Anche l’abitudine diffusissima di dormire di più nel fine settimana per “recuperare” potrebbe non essere così benefica come si pensa comunemente.
Gli stessi ricercatori, va detto, non sminuiscono l’importanza della durata del sonno. Dormire a sufficienza resta essenziale per processi biologici fondamentali come la detossificazione cerebrale, la formazione neuronale e la riparazione dei tessuti. La chiave, insomma, sembra essere una combinazione: dormire abbastanza e farlo con ritmi costanti. Se ulteriori studi confermeranno queste conclusioni, è probabile che in futuro app e wearable dedicate alla salute inizieranno a dare molta più importanza alla costanza del ritmo sonno/veglia, trasformando quello che oggi sembra un dettaglio in uno degli indicatori principali del benessere metabolico.
