C’è un paradosso che sta emergendo con forza nel mondo del lavoro e riguarda proprio l’intelligenza artificiale. La promessa era chiara, quasi poetica: grazie all’automazione e agli strumenti basati sull’IA, le persone avrebbero lavorato meno ore, con più efficienza, magari arrivando a quella famosa settimana lavorativa corta di cui si parla da decenni. La realtà dei fatti, però, racconta tutt’altro. Chi utilizza quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale non sta lavorando meno. Sta lavorando di più.
Il punto è semplice e un po’ amaro: la produttività effettivamente cresce, su questo nessun dubbio. Gli strumenti di IA generativa permettono di scrivere report più velocemente, analizzare dati in una frazione del tempo, automatizzare compiti ripetitivi che prima richiedevano ore. Ma ecco il problema. Quel tempo risparmiato non viene restituito sotto forma di pausa, di libertà, di ore in meno alla scrivania. Viene riempito con altro lavoro. Più task, più progetti, più aspettative.
È un meccanismo che chi studia la storia della tecnologia conosce bene. Ogni volta che un nuovo strumento ha reso più efficiente un processo produttivo, la risposta del sistema economico non è stata “bene, ora riposatevi”, ma piuttosto “bene, ora fate anche questo”. Successe con la rivoluzione industriale, successe con i computer negli uffici degli anni Novanta, e sta succedendo di nuovo con l’intelligenza artificiale.
L’obsolescenza del lavoro umano resta un miraggio
Un altro mito che vacilla è quello della cosiddetta obsolescenza del lavoro umano. L’idea che le macchine avrebbero sostituito massicciamente le persone, rendendo superflua gran parte della forza lavoro, per ora non trova riscontro nei numeri. Quello che sta accadendo è diverso e, per certi versi, più subdolo: il lavoro cambia forma, si trasforma, ma non sparisce. Anzi, si moltiplica.
I professionisti che adottano strumenti di IA si ritrovano spesso a gestire un volume di attività superiore rispetto a prima. Non perché lo scelgano volontariamente, ma perché le aziende, vedendo i guadagni in termini di efficienza, alzano l’asticella. Se prima un team di cinque persone gestiva dieci progetti al mese, ora con l’aiuto dell’intelligenza artificiale ci si aspetta che ne gestisca quindici o venti. Il carico pro capite, di fatto, aumenta.
E poi c’è la questione delle giornate lavorative che si allungano. Diversi studi e indagini recenti mostrano come chi lavora abitualmente con strumenti di IA tenda a restare connesso più a lungo, spesso ben oltre il classico orario d’ufficio. La sensazione di poter fare “ancora una cosa veloce” grazie all’assistenza dell’intelligenza artificiale crea un effetto a catena difficile da interrompere.
La promessa tradita della settimana da 15 ore
La celebre previsione di John Maynard Keynes, che nel 1930 immaginava per i nipoti una settimana lavorativa di sole 15 ore grazie al progresso tecnologico, appare oggi più lontana che mai. L’intelligenza artificiale, almeno nella sua fase attuale di adozione, non sta liberando tempo. Sta comprimendo più lavoro nello stesso tempo, o peggio, sta espandendo il tempo dedicato al lavoro stesso.
Il risultato è un quadro in cui la produttività aumenta, i margini aziendali migliorano, ma chi lavora non percepisce alcun beneficio in termini di equilibrio tra vita professionale e personale. Il tempo risparmiato grazie all’IA viene sistematicamente riassorbito dal sistema, trasformato in nuove richieste e nuovi obiettivi da raggiungere.
