Di recente, Andy “PizzAndy” Prokopyk ha deciso di giocare con i paradossi offerti dalla tecnologia. Nello specifico, quest’ultimo ha trovato un modo per unire due mondi: calore e mining. Il risultato? Una stampante 3D il cui piano non si scalda da solo, ma grazie ai chip di un miner di bitcoin che si danno da fare sotto il cofano. Prokopyk ha preso una stampante open source Voron, stabile e precisa, e ci ha infilato quattro chip Bitmain BM1362. Tali chip arrivano da un vecchio “Mein Coffee” di GekkoScience, un dispositivo pensato per scaldare il caffè mentre minava bitcoin. Andy li usa al contrario: invece di limitarsi a produrre calore inutile, fa sì che il calore alimenti la stampa. Quando il piano deve raggiungere i 75-80 °C, i chip aumentano l’attività. Appena la temperatura è giusta, rallentano, evitando sprechi e malfunzionamenti. Il prototipo viaggia intorno ai 500 GH/s durante la stampa, ma se serve accelerare, l’hashrate sale senza problemi.
Ecco come funziona la stampante 3D con chip di bitcoin
L’idea non è solo una trovata geek. Prokopyk ci vede, infatti, potenzialità commerciali. Nei print farm, dove decine o centinaia di stampanti lavorano allo stesso tempo, ogni watt speso per scaldare il piano potrebbe restituire qualcosa grazie al mining. Ovviamente ci sono limiti evidenti: bitcoin è volatile, ci sono costi di manutenzione. Oltre che firmware da aggiornare e infrastrutture da gestire. Ma è proprio il concetto di fondo a essere affascinante. Ovvero trasformare un problema quotidiano, qualcosa di noioso come scaldare un piano di stampa, in una fonte di energia e, potenzialmente, di profitto. È uno di quei momenti in cui la tecnologia ricorda che può essere creativa quanto un essere umano. Ciò è possibile semplicemente pensando fuori dagli schemi e vedere valore dove altri vedono solo uno spreco. In tal modo l’hardware diventa un vero alleato. Anche quando si sfruttano chip di bitcoin per una stampante 3D.
