La possibilità che la nostra realtà sia una simulazione informatica non è più solo roba da film. È un’idea che circola da tempo negli ambienti accademici, e ora un ricercatore britannico rilancia con forza la questione, sostenendo di aver individuato indizi scientifici piuttosto concreti. Melvin Vopson, fisico dell’Università di Portsmouth, ha sviluppato una teoria che parte da un’osservazione semplice ma potente: l’universo si comporta, in certi aspetti, come un sistema digitale progettato per ottimizzare le proprie risorse. E questo, a suo dire, potrebbe suggerire che qualcuno (o qualcosa) lo abbia effettivamente programmato.
La Seconda legge dell’infodinamica e il comportamento anomalo dell’entropia
Per capire dove nasce tutta la faccenda, bisogna fare un passo indietro. Una delle colonne portanti della fisica classica è la seconda legge della termodinamica: in un sistema isolato, il disordine (chiamato entropia) tende sempre ad aumentare col passare del tempo. Fin qui, nulla di strano. Il problema sorge quando si guarda a come si comportano i sistemi basati sull’informazione. Vopson ha notato che, in questi casi, l’entropia non cresce come ci si aspetterebbe. Anzi, spesso rimane stabile o addirittura diminuisce, fino a raggiungere una sorta di equilibrio.
Ecco il punto cruciale. Questa apparente contraddizione ha portato il ricercatore a formulare quella che ha battezzato “Seconda legge dell’infodinamica“. Secondo questa teoria, esiste un tipo di entropia diverso, legato specificamente all’informazione. E il fatto che questa entropia tenda a ridursi suggerisce qualcosa di affascinante: l’universo sembrerebbe comprimere e ottimizzare i propri dati, esattamente come farebbe un software che cerca di alleggerire il carico computazionale necessario per girare. Come un videogioco che renderizza solo quello che il giocatore sta guardando, per intendersi.
Dalle mutazioni virali alla struttura del cosmo
Ma la teoria della simulazione informatica non si ferma a un principio astratto. Vopson ha cercato riscontri in ambiti molto diversi tra loro. In uno studio pubblicato sulla rivista AIP Advances, ha analizzato le mutazioni del virus SARS-CoV-2, scoprendo una correlazione interessante: le mutazioni genetiche del virus sembravano procedere nella direzione di una riduzione dell’entropia informativa. Come se anche la biologia, a livello profondo, seguisse la stessa logica di ottimizzazione dei dati.
Il fisico sostiene che questo meccanismo si possa osservare un po’ ovunque: dalla struttura degli atomi alla cosmologia su larga scala, passando appunto per i sistemi biologici. L’idea è suggestiva, quasi vertiginosa. Se l’interpretazione fosse corretta, significherebbe che l’universo funziona secondo principi organizzativi che ricordano quelli di un gigantesco programma informatico.
Detto questo, la comunità scientifica resta prudente. E fa bene. Una teoria così radicale ha bisogno di verifiche rigorose, esperimenti replicabili e un consenso molto più ampio prima di poter essere presa davvero sul serio. Lo stesso Vopson, va detto, non afferma con certezza che viviamo in una simulazione: piuttosto, suggerisce che gli indizi raccolti finora meritino ulteriori approfondimenti. Il confine tra un’ipotesi affascinante e una prova solida resta ancora largo, ma il semplice fatto che se ne discuta con serietà in ambito accademico dice molto su quanto la scienza contemporanea sia disposta a esplorare territori una volta considerati pura fantascienza. La domanda, per ora, resta aperta. E forse è proprio questo a renderla così irresistibile.
