Tre bambini con leucemia mieloide acuta resistente a ogni trattamento conosciuto. Nessuna opzione terapeutica rimasta sul tavolo, prognosi che non lasciavano spazio a molto ottimismo. Eppure, dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma arriva una notizia che ribalta tutto: per la prima volta al mondo, una terapia CAR-T diretta contro la molecola CD7 ha portato alla remissione completa in tutti e tre i casi. Un risultato che ha trovato spazio su Blood, la rivista scientifica di riferimento mondiale nel campo dell’ematologia, e che nasce nell’ambito del PALM Research Project, piattaforma multicentrica sostenuta da Fondazione Umberto Veronesi ETS.
Parliamo di numeri che aiutano a capire la portata della questione. La leucemia mieloide acuta rappresenta circa il 20% di tutte le leucemie in età pediatrica. In Italia significa 70, 80 bambini colpiti ogni anno. Le terapie tradizionali funzionano bene in circa due casi su tre, ma per quel terzo restante, quello con malattia refrattaria o che torna dopo un primo trattamento, le strade si restringono fino quasi a chiudersi del tutto.
Come funziona questa nuova terapia e perché è diversa
Le cellule CAR-T sono linfociti del paziente stesso, prelevati, riprogrammati geneticamente in laboratorio e poi reinfusi nel corpo con un obiettivo molto preciso: trovare e distruggere le cellule tumorali. In questo caso specifico, il bersaglio scelto dai ricercatori del Bambino Gesù è la molecola CD7, che si trova sulla superficie delle cellule leucemiche nella LMA.
Il problema, però, era tutt’altro che banale. CD7 non è presente solo sulle cellule malate, ma anche sulle stesse cellule CAR-T ingegnerizzate. Questo significa che le cellule modificate rischiavano di attaccarsi tra loro, un fenomeno che in gergo tecnico viene chiamato “fratricidio cellulare”. In pratica, la cura avrebbe potuto autodistruggersi prima ancora di fare il suo lavoro.
La soluzione trovata dal team romano è stata sviluppare CAR-T di seconda generazione, dotate di un meccanismo capace di bloccare l’espressione di CD7 sulla loro stessa superficie. Così facendo, le cellule terapeutiche diventano invisibili le une alle altre, ma continuano a riconoscere e colpire quelle tumorali.
I risultati nei tre pazienti trattati parlano chiaro: remissione completa, negatività della malattia minima residua (cioè nessuna cellula leucemica rilevabile nemmeno con gli strumenti diagnostici più sofisticati) e un profilo di sicurezza giudicato favorevole.
Cosa succede adesso e quali prospettive si aprono
Il PALM Research Project non si è fermato a questo traguardo. Sono già in fase di sviluppo nuove terapie CAR-T pensate per colpire altri bersagli molecolari scoperti di recente, con dati preclinici che fanno ben sperare. In parallelo, sta per partire una sperimentazione clinica con cellule CAR-NK allogeniche, ovvero Natural Killer provenienti da donatori sani e modificate per aggredire la leucemia mieloide acuta. Il vantaggio potenziale è enorme: da un singolo prelievo si potrebbero trattare più pazienti. Le prime sperimentazioni internazionali su questo fronte sono previste entro la fine del 2026.
C’è anche un terzo filone di ricerca, forse meno appariscente ma altrettanto cruciale: riuscire a prevedere in anticipo quali pazienti risponderanno meglio a quale tipo di trattamento. Su questo fronte, il Bambino Gesù collabora con l’Università di Padova per identificare marcatori genetici predittivi di risposta.
Quello che emerge da Roma è un segnale forte. La strada per rendere queste terapie accessibili su larga scala è ancora lunga, con tutte le complessità che comporta passare da tre pazienti a protocolli standardizzati. Ma il fatto che tre bambini senza più opzioni abbiano ottenuto una remissione completa grazie a una terapia CAR-T mai tentata prima rappresenta, senza giri di parole, un punto di svolta nella lotta contro la leucemia mieloide acuta pediatrica.
