Ci sono alcune serie TV che si spengono prima ancora di trovare la propria voce: capita più spesso di quanto si creda. A volte basta una programmazione sbagliata, altre volte costi e aspettative troppo alte, qualche volta sono le polemiche a seppellire tutto. Dietro ogni flop immediato c’è una storia diversa, fatta di ambizioni, scelte creative e numeri che non tornano. Qui sotto cinque esempi che raccontano come un progetto promettente possa evaporare dopo una sola stagione, e cosa resta di questi fallimenti quando il pubblico e la critica voltano pagina.
Serie TV che fanno perdere interesse dopo una stagione: eccone alcune
La prima prova per una serie è spesso la più crudele. Una serie può essere ben scritta e ben recitata eppure perdere il confronto con l’audience per ragioni esterne alla qualità pura. Il caso di Firefly insegna: programmazione frammentata e episodi mandati in ordine anomalo possono cancellare qualsiasi possibilità di costruire un pubblico fedele. Poi ci sono i cantieri produttivi: produzioni mastodontiche, come quella di The Get Down, che assorbono risorse enormi e richiedono numeri d’ascolto adeguati per giustificare l’investimento.
Quando quei numeri non arrivano, anche Netflix o altri grandi network si trovano costretti a tirare il freno. La controversia gioca la sua parte, come nel caso de The Idol, dove il chiasso mediatico ha spesso oscurato il racconto. Infine, la difficoltà di rendere empatici i personaggi o di tradurre fedelmente un materiale d’origine, come un fumetto, può condannare una serie: Jupiter’s Legacy è l’esempio di un prodotto che ha faticato a trovare tono e cuore nonostante il potenziale. Quindi, più che una sola colpa, quasi sempre si parla di una combinazione di fattori, alcuni evitabili, altri meno.
Cinque casi emblematici, uno per uno
Firefly, creata da Joss Whedon e con Nathan Fillion a bordo, è forse il caso più paradossale: al lancio un flop, in seguito un cult. L’ibrido tra fantascienza e western non ha retto alle scelte di programmazione del network, con episodi trasmessi fuori ordine e ascolti deludenti, ma il tempo e l’affetto dei fan hanno trasformato la serie in un fenomeno di culto culminato nel film finale. The Get Down, firmata da Baz Luhrmann, aveva l’ambizione di raccontare la nascita dell’hip hop nel cuore di New York, con una regia visiva ricchissima e un cast giovane. Tuttavia i costi di produzione, oltre a una struttura narrativa a tratti barocca, hanno reso il progetto insostenibile per una sola stagione divisa in più parti. Jupiter’s Legacy, tratta dal fumetto di Mark Millar, puntava a costruire un universo dei supereroi originale per Netflix. Con nomi come Josh Duhamel e Leslie Bibb la partenza era solida, ma la serie non è riuscita a creare empatia tra generazioni di eroi e nuove leve, risultando fredda e poco coinvolgente.
The Idol ha invece scalciato attraverso le polemiche: creata da Sam Levinson insieme a The Weeknd e con Lily-Rose Depp protagonista, è diventata più chiacchierata per eccessi e confusione narrativa che per qualità effettive, e HBO ha deciso di non proseguire. Infine Kaos, il tentativo di rivisitare la mitologia greca con Jeff Goldblum, ha pagato uno stile troppo discontinuo; l’idea di mescolare dramma, umorismo e fantasy non è riuscita a trovare un registro capace di conquistare il pubblico, e la serie si è fermata alla prima stagione. Questi titoli non sono meri fallimenti: sono lezioni su come il talento, i soldi e l’audacia non bastino senza coerenza, buona strategia di lancio e, soprattutto, un racconto che sappia far sentire il pubblico coinvolto fin dalle prime battute.
