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NASA, missioni Apollo: le rocce lunari riscrivono la storia del campo magnetico

Le rocce delle missioni Apollo suggeriscono che la Luna abbia avuto un campo magnetico per lo più debole, con brevi picchi intensi. Nuove missioni Artemis potrebbero confermare l’ipotesi.

scritto da Felice Galluccio 08/03/2026 0 commenti 1 Minuti lettura
NASA, missioni Apollo: le rocce lunari riscrivono la storia del campo magnetico
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Per anni la Luna è stata al centro di un dibattito acceso: in passato ha mai avuto un campo magnetico paragonabile a quello terrestre oppure è sempre rimasto debole? Le analisi condotte sui campioni riportati dalle missioni Apollo hanno alimentato entrambe le ipotesi. Ora uno studio coordinato dall’University of Oxford prova a mettere ordine in un quadro rimasto a lungo frammentato.

Le tracce magnetiche nei campioni Apollo

Oggi la Luna non possiede un campo magnetico globale. Eppure alcune rocce basaltiche raccolte nelle regioni scure e pianeggianti, i cosiddetti mari lunari, mostrano segnali magnetici molto intensi. Questo dato aveva spinto parte della comunità scientifica a immaginare un antico nucleo interno capace di generare un campo potente e duraturo.

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L’idea non ha mai convinto tutti. Le dimensioni ridotte del satellite rendono difficile sostenere l’esistenza di un motore interno così vigoroso per lunghi periodi. Da qui l’ipotesi alternativa: un campo generalmente debole, con picchi temporanei legati a grandi impatti asteroidali.

Una nuova chiave di lettura

Il nuovo studio propone una spiegazione diversa. I ricercatori hanno evidenziato che i siti di allunaggio delle missioni Apollo erano concentrati in aree ricche di rocce vulcaniche ad alto contenuto di titanio. Questi materiali sarebbero particolarmente efficienti nel registrare episodi magnetici intensi ma di breve durata.

Secondo le simulazioni al computer, tra 3,5 e 4 miliardi di anni fa la Luna avrebbe avuto prevalentemente un campo magnetico debole. In periodi molto brevi, forse anche solo per qualche migliaio di anni, la fusione di materiali ricchi di titanio al confine tra nucleo e mantello avrebbe generato improvvise impennate di intensità. Un campionamento casuale di altre aree lunari, suggeriscono i modelli, avrebbe probabilmente restituito un quadro meno estremo.

Per verificare questa interpretazione serviranno nuovi campioni provenienti da regioni mai esplorate. Le future missioni del programma Artemis offriranno questa opportunità, anche se i tempi si allungano: Artemis III è stata ridimensionata a missione di prova e il primo nuovo allunaggio è previsto con Artemis IV, al momento ipotizzato intorno al 2028.

Apollonasa
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Felice Galluccio
Felice Galluccio

Appassionato di tecnologia ed elettronica in generale così come dello sport. Scrivere mi migliora la giornata, questo è il lavoro che amo! Never stop learning!

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