Quando si parla di energia da fusione si tende a pensare alle temperature estreme, ai campi magnetici o alle tecnologie per controllare il plasma. In realtà esiste anche un problema molto più concreto: il combustibile. Tra gli elementi necessari per far funzionare i reattori sperimentali, uno dei più difficili da ottenere è il trizio. Si tratta di un isotopo dell’idrogeno estremamente raro sulla Terra. La reazione che oggi viene considerata la più realistica per produrre energia da fusione è quella tra deuterio e trizio. Quando tali due isotopi dell’idrogeno si fondono, rilasciano una grande quantità di energia. Ed è proprio su tale combinazione che si basano gran parte dei progetti di centrali a fusione. Il problema è che il trizio non è solo raro: è anche radioattivo e instabile. Inoltre, nel tempo tende a decadere trasformandosi in altri elementi. Di conseguenza, anche le scorte esistenti diminuiscono gradualmente.
Nuova proposta per l’energia da fusione: ecco cosa propone FLARE
Per rendere l’idea della scala del problema basta guardare ai numeri. Le riserve civili mondiali di trizio sono stimate intorno ai venti chilogrammi. Una quantità minuscola se confrontata con l’ambizione di costruire, un giorno, una rete di centrali a fusione in grado di produrre elettricità su larga scala. Proprio su tale punto sostiene di aver fatto progressi la società britannica First Light Fusion. Quest’ultima ha annunciato di aver validato il concept della propria centrale sperimentale chiamata FLARE fusion power plant concept. L’idea alla base del progetto è affrontare il problema dell’approvvigionamento del trizio. Ciò progettando un sistema capace non solo di utilizzarlo, ma anche di produrne nuovo. Il tutto durante il funzionamento del reattore.
Secondo le analisi interne dell’azienda, verificate con il contributo del team di fisica delle radiazioni della divisione Nuclear Technologies di TÜV SÜD, il sistema potrebbe raggiungere un rapporto tra trizio prodotto e trizio consumato pari a 1,8. Tale valore viene spesso definito “tritium breeding ratio” e indica quanta nuova quantità di trizio può essere generata rispetto a quella utilizzata nelle reazioni di fusione. Un rapporto di 1,8 sarebbe particolarmente significativo perché significherebbe produrre quasi il doppio del combustibile necessario al funzionamento della centrale. In teoria, quindi, un impianto del genere potrebbe alimentare se stesso e allo stesso tempo contribuire alla produzione di trizio per altri reattori.
Il meccanismo su cui si basa questa idea coinvolge il litio naturale, un elemento relativamente comune nella crosta terrestre. Quando i neutroni generati dalle reazioni di fusione colpiscono il litio, possono produrre nuovo trizio. In tal modo il combustibile verrebbe rigenerato all’interno del sistema energetico, creando un ciclo chiuso. Un progetto promettente che punta ad abbattere una delle barriere più importanti verso l’energia da fusione.
