Se non avete mai sentito parlare di aquamazione, è semplicemente perché non esisteva. Dalla Scozia è arrivato un segnale netto: per la prima volta un paese ha deciso di rendere legale questa pratica funeraria considerata più sostenibile della cremazione classica. Finora, quando si parlava di addio a una persona cara, le strade erano quasi sempre due, sepoltura o forno crematorio. Adesso si affaccia una terza via che incuriosisce, divide, ma soprattutto apre una discussione nuova su ambiente e rituali: la cosiddetta cremazione in acqua, nota anche come biocremazione. E non è un’idea uscita ieri da un laboratorio: se ne parla da anni, solo che oggi in Scozia ha finalmente trovato spazio dentro un quadro normativo.
Cos’è l’aquamazione e come funziona davvero
L’aquamazione non è una magia, né una scorciatoia “soft” per evitare la cremazione. È un processo tecnico preciso, basato sull’idrolisi alcalina, che sfrutta una combinazione di acqua, calore e una soluzione alcalina per accelerare la decomposizione della materia organica. In pratica, il corpo viene inserito in un contenitore pressurizzato e riempito con una miscela di acqua e idrossido di potassio, la classica liscivia. Poi si porta tutto in temperatura, di solito tra circa 90 e 150 gradi, senza arrivare all’ebollizione proprio grazie alla pressione.
Il risultato è che, nell’arco di alcune ore, i tessuti si dissolvono e resta lo scheletro. E qui arriva un dettaglio che spesso sorprende: le ossa non spariscono. Come avviene nella cremazione tradizionale, anche nell’idrolisi alcalina lo scheletro viene poi trattato separatamente con macchinari dedicati, fino a ottenere una “polvere” restituita ai familiari. Cambia anche l’aspetto: mentre le ceneri del forno crematorio tendono al grigio, quelle ottenute con la cremazione in acqua sono tipicamente più chiare, quasi bianche.
C’è poi un punto pratico che pesa, soprattutto per chi lavora nel settore: con l’aquamazione non sempre serve la rimozione preventiva di dispositivi come il pacemaker, operazione che nella cremazione classica è invece una necessità per ragioni di sicurezza. Piccole differenze, certo. Ma sommate raccontano quanto questa procedura sia, nel bene e nel male, un cambio di paradigma.
Perché viene considerata “green” e cosa cambia con la scelta scozzese
La spinta dietro l’aquamazione è soprattutto ambientale. La cremazione tradizionale richiede molta energia per mantenere temperature elevate e costanti, e questo si traduce in emissioni. Diverse stime, in giro per il mondo, parlano di milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, senza dimenticare inquinanti come PM10 e PM2,5, particolati che ormai fanno parte del lessico quotidiano quando si parla di salute pubblica.
Qui la biocremazione si presenta con un biglietto da visita diverso: consumi più contenuti e, soprattutto, niente combustione. In molte descrizioni tecniche si parla di un fabbisogno energetico che può arrivare a essere circa un settimo rispetto alla cremazione convenzionale. Inoltre, il processo non produce fumi nello stesso modo, e questo è uno dei motivi per cui viene proposta come alternativa più pulita.
C’è anche un altro aspetto, meno “da titolo” ma interessante: parte dei residui del processo, come sali e amminoacidi, può essere trattata e gestita in sicurezza, con possibilità di utilizzo come fertilizzanti. È un tema delicato, perché tocca sensibilità personali e norme sanitarie, però spiega bene perché attorno all’aquamazione si stia costruendo un racconto di economia circolare applicata anche all’ultimo passaggio della vita.

