Quando una nuova tecnologia arriva nelle case delle persone, il banco di prova sono le richieste più banali: accendere una luce, salvare una preferenza, chiedere il significato di una parola. È proprio lì che si vede se tutto funziona davvero. Ed è esattamente su tale terreno quotidiano che l’integrazione di Gemini nei dispositivi Google Home sta mostrando qualche crepa. Alla fine di ottobre l’azienda di Mountain View ha iniziato a sostituire progressivamente Assistant con Gemini negli Stati Uniti. L’idea è portare nei dispositivi domestici un assistente basato su intelligenza artificiale generativa, più avanzato e teoricamente più capace di comprendere il linguaggio naturale. In Europa però tale passaggio non è ancora avvenuto, e leggendo le esperienze di chi lo sta già usando viene spontaneo pensare che forse un po’ di rodaggio non guasta.
Google Home: l’arrivo di Gemini non è lineare come si pensava
Le prime segnalazioni arrivate dagli utenti parlano soprattutto di piccoli bug che, presi singolarmente, potrebbero sembrare trascurabili, ma che nella vita quotidiana diventano irritanti. Uno dei casi più discussi riguarda la gestione dei preferiti e delle modifiche alle impostazioni. Alcuni utenti spiegano di riuscire apparentemente a salvare le modifiche senza problemi: il sistema conferma l’operazione, tutto sembra andare per il verso giusto. Poi però, quando si torna a controllare, ci si accorge che nulla è stato davvero aggiornato. È come se l’assistente avesse ascoltato la richiesta, per poi dimenticarsene.
Ancora più curioso è ciò che accade con alcune richieste vocali. Un utente su Reddit ha raccontato un episodio piuttosto emblematico: ha chiesto al proprio Google Nest Hub la definizione di una parola. Una domanda semplicissima, la risposta, però, è stata tutt’altro che ordinaria. Gemini ha, infatti, dichiarato di non poter fornire definizioni, spiegando di essere in grado soltanto di tradurre parole in altre lingue. Un’affermazione sorprendente, considerando che spiegare il significato di un termine rientra nelle capacità di un modello linguistico di questo tipo. Il risultato è stato un paradosso: l’assistente continuava a ripetere quella limitazione. Creando così una specie di circolo vizioso in cui la richiesta non veniva mai davvero soddisfatta.
Nel frattempo, Google ha confermato di essere a conoscenza dei problemi. Inoltre, ha aggiunto di stare lavorando a una correzione. Nel frattempo ha suggerito anche una soluzione temporanea piuttosto semplice. Ovvero dire “stop” per interrompere eventuali loop e riportare il dispositivo alla normalità. Non elimina il bug, ma almeno permette di uscire dall’impasse.
