Google Play Store torna al centro della scena e questa volta lo fa con un colpo di teatro vero, di quelli che spostano l’asse della discussione sulle commissioni degli store digitali. Nel contenzioso ormai storico con Epic, Google ha deciso di non aspettare i tempi lunghi delle approvazioni formali e ha annunciato subito una serie di cambiamenti alle regole del Play Store. Il punto più succoso è anche il più semplice da capire: le commissioni scendono, e scendono parecchio. Dal 30 per cento si passa al 20 per cento, almeno in alcune aree precise e solo per determinati casi. Non è una rivoluzione totale, ma è un segnale forte. E arriva adesso, non “prima o poi”.
Commissioni più basse sul Play Store: dove, quando e per chi
La riduzione delle commissioni non sarà globale. Google ha messo nero su bianco che le nuove condizioni riguarderanno Stati Uniti, Regno Unito e Spazio Economico Europeo, quindi anche l’Italia rientra nel perimetro. Però c’è un dettaglio che conta: la misura vale “in alcuni casi”, formula volutamente elastica che lascia intendere una selezione basata sulla tipologia di app e sul modello di business.
Google non entra nei particolari, ma il collegamento più immediato porta alle app che già oggi possono accedere a condizioni migliori, come quelle basate su abbonamenti. Il classico esempio sono servizi come Spotify o Netflix, anche se il tema non è il nome famoso quanto il meccanismo: rispettare determinati requisiti di regolarità e conformità per ottenere una commissione ridotta. E qui arriva la parte interessante: se un’app è tra quelle idonee al vecchio taglio al 15 per cento, con questo nuovo schema potrebbe scendere ancora, fino al 10 per cento. Numeri che, per chi sviluppa e vive di margini stretti, cambiano la prospettiva.
Tempistiche: la modifica dovrebbe entrare in vigore entro il 30 giugno. Non domani mattina, ma nemmeno tra un’eternità. E soprattutto con un approccio che suona come una mossa politica prima ancora che commerciale: mostrare apertura mentre il settore discute, regolatori inclusi, quanto potere abbiano gli store.
Pagamenti alternativi, Registered App Stores e una spinta al sideloading
Il secondo capitolo è forse quello più delicato. Google ha annunciato che entro fine anno lancerà un programma chiamato Registered App Stores al di fuori degli USA. Tradotto: un’iniziativa che punta a riconoscere e “incanalare” la presenza di store alternativi, con regole più chiare e un rapporto più strutturato con l’ecosistema Android. Anche qui, non è un liberi tutti. È piuttosto un modo per aprire una porta, ma tenendo la mano sulla maniglia.
Dentro questa cornice rientra la possibilità, per gli sviluppatori, di integrare sistemi di pagamento alternativi accanto a quello di Google Play. Non gratis, perché Google parla di una commissione differenziata, quindi un modello in cui l’uso di pagamenti esterni riduce la quota trattenuta ma non la azzera. Una concessione, sì. Però controllata.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Google dice di voler portare lo stesso programma anche lì, ma serve prima il via libera delle autorità competenti, che dovranno considerarlo un passo sufficiente per aumentare la concorrenza e riaprire un po’ il mercato.
C’è poi un altro tassello, spesso citato ma raramente trattato con chiarezza: il sideloading, cioè l’installazione di app Android da fonti esterne al Play Store. Google promette un impatto positivo sulla facilità con cui questa pratica potrà avvenire. Resta da vedere quanto sarà davvero “facile” e quanto invece guidato e filtrato, ma il messaggio è chiaro: più opzioni per gli utenti e più leve per chi sviluppa, senza far saltare l’impianto complessivo.
