La guerra in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno già producendo effetti concreti sui mercati energetici globali. Il contraccolpo più immediato riguarda il petrolio, con ripercussioni dirette sui prezzi di benzina e diesel anche in Italia.
Dopo l’attacco coordinato tra Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani, le quotazioni hanno reagito con forza. Il timore di un blocco prolungato delle rotte marittime nel Golfo Persico ha alimentato un’ondata speculativa che potrebbe tradursi in una nuova stangata per gli automobilisti italiani nel giro di poche settimane.
Hormuz, il passaggio chiave per il 20% del petrolio mondiale
Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, corridoio largo circa quaranta chilometri attraverso cui transita quasi il 20% del petrolio globale e oltre il 30% del GNL mondiale. La minaccia di interruzioni, con numerose petroliere ferme in attesa di indicazioni e compagnie di navigazione che sospendono le prenotazioni nell’area, ha acceso l’allarme sui mercati.
Il Brent europeo ha toccato quota 80 dollari al barile, mentre il gas scambiato ad Amsterdam ha registrato un balzo intorno al 40%, riportandosi sui livelli dell’autunno 2022. Un’accelerazione che, secondo gli analisti, non è ancora pienamente riflessa nei listini italiani.
In Italia il diesel self-service ha già raggiunto circa 1,728 euro al litro, massimo da un anno. Tuttavia, la struttura dei contratti e le scorte presenti sul territorio fanno sì che l’impatto completo delle nuove quotazioni si manifesti con un ritardo stimato tra una e tre settimane.
I tre scenari e l’impatto sui prezzi alla pompa
Le prospettive dipendono dall’evoluzione del conflitto. In uno scenario di tensione limitata e di breve durata, l’incremento alla pompa potrebbe attestarsi tra il 10% e il 15%, con effetti temporanei. Un conflitto più prolungato spingerebbe il greggio a salire di ulteriori 5-20 dollari al barile, consolidando rincari strutturali.
L’ipotesi più critica resta quella di una chiusura prolungata di Hormuz. In questo caso il petrolio potrebbe superare i 100 dollari, con punte fino a 130 dollari al barile secondo le stime più severe. Tradotto sui distributori italiani, significherebbe un aumento della benzina di 30-40 centesimi al litro, con il rischio di avvicinarsi o superare la soglia psicologica dei 2 euro al litro.
L’impatto non si limiterebbe ai rifornimenti. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha evidenziato il rischio di un aumento dei costi di trasporto fino al 30-40%, mentre Confindustria ha richiamato l’attenzione sulla volatilità energetica e sulla necessità di salvaguardare la competitività europea.
Sul fronte internazionale, l’OPEC+ sta valutando eventuali incrementi produttivi per compensare possibili carenze, ma la capacità di intervento immediato appare limitata. In questo contesto, la dinamica dei prezzi resta strettamente legata alla stabilità dell’area del Golfo.
Per l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, l’evoluzione del conflitto rappresenta un fattore determinante per l’andamento dei costi industriali e dei consumi interni. I mercati hanno già dato un primo segnale. Le prossime settimane chiariranno se si tratterà di un picco temporaneo o dell’inizio di una nuova fase di tensione strutturale sui carburanti.
