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Meno uranio nell’ambiente grazie a batteri e luce solare

Batteri e luce solare possono ridurre l’uranio nell’ambiente. Si aprono nuove strade per la bonifica dei siti contaminati.

scritto da Rosalba Varegliano 02/03/2026 0 commenti 1 Minuti lettura
Nel Regno Unito l’uranio esausto viene trasformato in piombo-212 per creare radiofarmaci mirati contro il cancro.
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Quando si parla di uranio, si pensa subito a centrali nucleari o scorie radioattive. Il problema è spesso più silenzioso: terreni e falde contaminati in seguito ad attività minerarie o industriali. In questi contesti, la questione non è solo “quanto” uranio è presente, ma in che forma chimica si trova. Alcune forme sono più solubili e mobili e possono raggiungere l’acqua potabile.

Negli ultimi mesi alcuni gruppi di ricerca hanno osservato un fenomeno interessante. In determinate condizioni, batteri comuni del suolo, esposti alla luce solare, riescono a trasformare l’uranio in una forma meno solubile che lo rende meno incline a spostarsi con l’acqua.

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Trattasi di batteri già presenti in natura, capaci di interagire con metalli e minerali come parte del loro metabolismo. In pratica, “respirano” composti diversi dall’ossigeno e, nel farlo, cambiano lo stato chimico di alcune sostanze. Nel caso dell’uranio, questa trasformazione può portare alla formazione di composti più stabili che tendono a depositarsi nel terreno invece di disperdersi.

L’azione dei batteri e della luce del sole per contrastare l’inquinamento da uranio

La luce solare sembra avere il ruolo di acceleratore. L’energia della radiazione può innescare reazioni chimiche che modificano l’ambiente circostante, rendendo più favorevole il lavoro dei batteri. Non è una soluzione magica né immediata, ma in laboratorio l’effetto combinato è apparso più efficace rispetto all’azione dei soli microrganismi al buio.

Per chi si occupa di bonifiche ambientali, la prospettiva è interessante. Le tecniche tradizionali sono spesso costose e invasive: scavi, trasporto del terreno contaminato, trattamenti chimici. Se processi naturali come questi potessero essere controllati e replicati su scala più ampia, si aprirebbe la strada a interventi meno impattanti.

Naturalmente resta molta strada da fare. I test fuori dal laboratorio devono tenere conto di variabili complesse: composizione del suolo, presenza di altri contaminanti, condizioni climatiche. Ma il fatto che elementi così comuni – batteri e luce del sole – possano contribuire a contenere un inquinante come l’uranio è un promemoria semplice: la natura, se compresa a fondo, può offrire strumenti inaspettati per affrontare problemi ambientali difficili.

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Rosalba Varegliano
Rosalba Varegliano

Dal 2017 ho iniziato a collaborare con TecnoAndroid, adottando un approccio attento ai dettagli e puntando sempre alla perfezione, per offrire un punto di vista chiaro e preciso sulle ultime novità del settore tech.

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