L’idea che lanciare un razzo nello spazio fosse inquinante non sorprende nessuno. Quello che invece forse molti non avevano mai davvero considerato è quanto ciò può diventare un problema sotto altri punti di vista. Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di rifiuti orbitali, dei detriti spaziali, ma una nuova ricerca pubblicata il 20 febbraio ricorda che anche gli strati più alti dell’atmosfera non sono immuni agli effetti di tali attività. Tra 80 e 110 chilometri sopra la Terra, frammenti e residui dei razzi si disperdono al rientro, e la loro presenza può avere conseguenze concrete e misurabili. Gli scienziati hanno studiato la scia lasciata da un Falcon 9 di SpaceX. Il quale, il 19 febbraio 2025, ha perso il controllo durante il rientro dopo aver messo in orbita tra i 20 e i 22 satelliti Starlink.
Nell’atmosfera aumenta l’inquinamento per il lancio dei razzi?
L’incidente, visibile persino dai cieli del Nord Europa, ha offerto l’occasione di tracciare e misurare i residui di quella disintegrazione. Capendo così come si comportano i materiali nella regione prossima allo spazio. Finora si era creduto che quell’area fosse incontaminata, ma le osservazioni hanno mostrato che non è così. È stato possibile seguire la presenza di elementi come il litio fino alla fonte originaria. Dimostrando così che oggi possiamo monitorare l’inquinamento dei razzi anche negli strati più alti. Ovvero dove la chimica atmosferica influenza direttamente l’ozono e il clima.
Già un rapporto del 2024 della United Nations University aveva evidenziato come le attività spaziali commerciali stiano crescendo più velocemente delle linee guida esistenti. Il problema è la mancanza di un sistema globale di monitoraggio e regole condivise. Cinque lanci al mese non pesano troppo. Ma quando diventano centinaia e poi migliaia, la quantità di sostanze potenzialmente tossiche immessa nell’alta atmosfera può diventare significativa. Studi stimano che entro il 2040 potremmo avere fino a 60.000 satelliti in orbita. Con rientri quasi quotidiani e l’immissione di circa 10.000 tonnellate di ossido di alluminio all’anno.
Le simulazioni suggeriscono che ciò potrebbe portare a un riscaldamento di 1,5 gradi Celsius in alcune zone dell’alta atmosfera, alterando venti e chimica dell’ozono. Una nuova forma di inquinamento, meno visibile ma forse più pericolosa di quella conosciuta sulla superficie.
