Dal 2026 l’Agenzia delle Entrate ha rafforzato i controlli sui conti correnti, sfruttando algoritmi e incroci automatizzati di banche dati per individuare eventuali anomalie rispetto alle dichiarazioni dei redditi. Nel nuovo sistema, ogni accredito o movimento non giustificato può finire nel radar degli ispettori fiscali e richiedere documentazione puntuale per essere validato.
Il focus delle verifiche riguarda soprattutto accrediti sospetti, transazioni non giustificate e discrepanze tra stile di vita e reddito dichiarato, con tecnologie che confrontano i dati dei conti con indicatori di spesa e reddito.
Quando un movimento diventa “sospetto”
Il sistema si basa sull’analisi incrociata dell’Anagrafe dei rapporti finanziari. I flussi bancari vengono confrontati con la dichiarazione dei redditi e con gli indicatori di spesa. Se lo stile di vita appare incompatibile con quanto dichiarato, il sistema segnala l’anomalia.
Attenzione agli accrediti non spiegati. Non basta dire che si tratta di un prestito familiare o di una donazione. La Cassazione richiede documentazione puntuale: data certa, provenienza del denaro, causale dettagliata. Senza prove, la somma può essere tassata, con recupero dell’imposta, sanzioni e interessi.
Sono considerate non imponibili — ma solo se documentate — operazioni come:
- donazioni e regali
- risarcimenti per danno emergente
- rimborsi spese per conto terzi
- vendite occasionali di beni usati senza finalità speculative
La differenza la fa sempre la tracciabilità.
Algoritmi, ISA e segnalazioni bancarie
Il potenziamento dei controlli passa anche dagli Indici Sintetici di Affidabilità (ISA). Un punteggio inferiore a 6 su 10 può aumentare il rischio di verifica, soprattutto in presenza di incongruenze tra ricavi dichiarati e capacità di spesa.
Le banche, inoltre, sono tenute a segnalare all’UIF movimenti anomali per entità o frequenza. Anche queste informazioni confluiscono nel sistema di analisi del Fisco.
Per chi ha reddito d’impresa, l’attenzione è doppia: non solo gli accrediti, ma anche i prelievi non documentati possono essere interpretati come pagamenti in nero. Restano soglie minime di riferimento: 1.000 euro al giorno e 5.000 euro al mese.
Il caso Iva: regole diverse
Per l’Iva, il focus è sugli accrediti. Un versamento senza fattura può essere considerato incasso imponibile. Diverso il discorso per i prelievi: secondo la Cassazione, da soli non dimostrano una vendita non dichiarata.
Il messaggio è chiaro: non cambiano le norme, ma aumenta la capacità di analisi. Gli strumenti sono più sofisticati e la selezione dei contribuenti più mirata. Nel 2026 il vero discrimine sarà la capacità di dimostrare, con documenti solidi, l’origine di ogni movimento rilevante.
