Svelato il mistero su un gioco da tavolo romano. Già dalle prime righe questo termine torna a scuotere l’immaginazione, perché non si tratta soltanto di un pezzo di pietra inciso ma di una finestra su pratiche sociali e mentali di oltre mille anni fa. La lastra rinvenuta a Heerlen, nell’antico insediamento di Coriovallum, ha resistito al tempo con segni spesso fraintesi. Oggi, grazie a un approccio tecnologico inedito, quegli scarabocchi tornano a parlare.
Il mistero della lastra ritrovata a Heerlen
La scoperta risale a decenni fa. In un giacimento dell’Europa centrale, negli attuali Paesi Bassi, emerse una lastra di calcare bianco levigata, ricoperta di segni tracciati con uno strumento appuntito. Per lungo tempo gli archeologi hanno cercato un senso a quelle linee: planimetrie? strumenti di misura? mappa astronomica? persino note militari? Nessuna delle ipotesi sembrava reggere. La lastra venne datata intorno al IV o al V secolo dopo Cristo, in un periodo in cui Heerlen faceva parte del limes settentrionale dell’Impero romano d’Occidente. Questo dettaglio rende il ritrovamento ancora più intrigante. Molti pezzi di materiale ludico antico sono noti grazie a raffigurazioni, testi o contesti funerari. Qui invece mancavano riferimenti chiari, e il motivo geometrico appariva insolito, quasi indecifrabile. La superficie presentava solchi e zone consumate che suggerivano un uso ripetuto, ma quale uso? La risposta è arrivata da una combinazione di intuizione archeologica e rigore computazionale.
L’IA Ludii che ha ricostruito le regole
Il passo decisivo è stato compiuto da un gruppo dell’Università di Leida, che ha impiegato uno strumento speciale: il software Ludii. Questo programma simula migliaia di possibili regole di gioco e valuta la loro coerenza con i segni fisici presenti sulla lastra, includendo tracce quasi invisibili al occhio umano. A guidare la proposta teorica è stato il dottor Walter Crist, che ha pubblicato i risultati sulla rivista Antiquity. L’interpretazione avanzata è semplice e sorprendente al tempo stesso. Il manufatto sarebbe un vero e proprio tabellone per un gioco di strategia. Non un passatempo banale, ma una partita di tattica, dove piccoli frammenti di pietra venivano posizionati per ostruire i movimenti dell’avversario fino a immobilizzarlo. Si rientra così nella categoria nota come giochi di blocco, tipologia rara in Europa prima del Medioevo. Il modello di gioco suggerito da Ludii mostra sequenze plausibili di mosse, punti di stallo e strategie difensive coerenti con l’usura osservata sulla superficie. In pratica, la macchina non ha fatto altro che provare, migliaia di volte, tutte le possibili regole e verificare quali tra queste spiegavano meglio i segni fisici.
Implicazioni e nuove strade per l’archeologia
Questa scoperta non è solo la soluzione di un rompicapo locale. Segna una svolta metodologica. Per la prima volta l’intelligenza artificiale è stata usata come partner diretto dell’archeologo per identificare la funzione di un oggetto ludico antico. Il procedimento apre diverse piste. Innanzitutto consente di affrontare manufatti di cui manca qualsiasi riferimento testuale o iconografico. Poi permette di mettere alla prova ipotesi con una robustezza numerica che l’orecchio umano non possiede. Naturalmente non si sta parlando di verità assolute. Le ricostruzioni rimangono modelli, utili e convincenti, ma da verificare con contesti stratigrafici, confronti con altri reperti e prove sperimentali. È però significativo che una classe di giochi considerata poco diffusa prima del Medioevo compaia proprio nella frontiera settentrionale dell’Impero. Questo suggerisce reti di interazione e scambi culturali più complesse del previsto, dove regole ludiche potevano viaggiare insieme a oggetti e persone.
