Non ci sono molte rocce che riescono a mettere d’accordo geologi, planetologi e appassionati di fantascienza. Ma la marziana nota come NWA 7034 — per tutti, la celebre Black Beauty — è proprio una di quelle. È arrivata sulla Terra dopo un impatto antico e, con i suoi quasi 4,48 miliardi di anni, resta tra i pezzi più antichi e preziosi del Pianeta Rosso che possiamo studiare in laboratorio.
La novità? Un team di ricercatori ha deciso di guardarla non tagliandola, non frantumandola, ma usando metodi che la lasciano intatta: due tipi di scansioni tomografiche, una a raggi X e una a neutroni. Così è possibile “guardare dentro” la roccia, mappare la sua struttura interna e riconoscere minuscole inclusioni senza distruggere il campione. E quello che hanno trovato ha fatto esclamare più di uno: “Non ci posso credere!”.
Dentro Black Beauty: i frammenti che custodiscono acqua
La sorpresa non è stata vedere grandi vene d’acqua (ovviamente), ma identificare microscopici aggregati — i cosiddetti clasti — ricolmi di elementi come ferro, ossigeno e, soprattutto, idrogeno. È quest’ultimo che fa saltare sulla sedia: dove c’è idrogeno in certe condizioni, c’è traccia di acqua o di minerali idrati. I clasti individuati rappresentano appena lo 0,4% del volume analizzato della meteorite, eppure contengono fino all’11% dell’acqua su Marte che è stata misurata in quel campione. Per dare un’idea: Black Beauty ha circa 6.000 parti per milione (ppm) di acqua — una quantità sorprendentemente alta per una roccia di origine marziana, considerando che il Marte che conosciamo oggi è un deserto gelido e arido.
Questa scoperta deriva dall’integrazione di due tecniche: la tomografia a raggi X, perfetta per la morfologia e la densità dei materiali, e la tomografia a neutroni, sensibile proprio ai nuclei leggeri come l’idrogeno. Insieme, permettono di mappare dove è concentrata l’acqua intrappolata nei minerali e dove invece è quasi assente. È un tipo di indagine che somiglia a fare una tac a un oggetto extraterrestre: non lo apri, ma capisci cosa c’è dentro.
Perché conta (e cosa ci racconta del passato di Marte)
Non è solo un esercizio tecnico: le implicazioni sono importanti. Se anche una piccola frazione di crosta marziana può conservare acqua intrappolata in micro-inclusioni o minerali idrati, allora il bilancio idrico del pianeta antico potrebbe essere diverso da quello che pensavamo. Questi clasti potrebbero essere reliquie di fasi geologiche in cui l’acqua su Marte era più diffusa e attiva: acque superficiali, alterazioni chimiche, depositi minerali formatisi in ambienti umidi. In soldoni, è un altro pezzo che conferma un quadro ormai sempre più coerente: miliardi di anni fa Marte non era un luogo completamente ostile, ma aveva zone con acqua liquida stabile o ricorrente.
La scoperta si lega bene anche ai dati raccolti dal rover Perseverance nel cratere Jezero: campioni e osservazioni indipendenti che, pur provenendo da regioni lontane del pianeta, raccontano la stessa storia di ambienti un tempo ricchi d’acqua. Questo è cruciale per due motivi. Primo: aumenta le probabilità che, in certe epoche, ci fossero condizioni favorevoli alla chimica prebiotica o, chissà, a forme di vita microscopiche. Secondo: suggerisce che la crosta marziana potesse agire come un serbatoio di acqua a lungo termine, intrappolata nei minerali e rilasciata solo in determinate circostanze geologiche.
Cosa cambia per il futuro? Per ora è una spinta in più per la ricerca di campioni marziani e per future missioni che puntino a caratterizzare meglio la distribuzione dell’acqua nel sottosuolo e nella crosta. Anche le strategie di conservazione dei campioni tornati sulla Terra (sì, stiamo pensando a un eventuale ritorno di pezzi preziosi come Black Beauty) traggono beneficio dalla possibilità di analisi non distruttive come quelle appena utilizzate.
