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Scienza e Tecnologia

SpaceX e xAI: Musk punta ai data center nello spazio entro il 2028

SpaceX acquista xAI e punta a data center nello spazio: solare fino a 5x più efficiente, obiettivo 2028 ma restano sfide di manutenzione.

scritto da D'Orazi Dario 07/02/2026 0 commenti 2 Minuti lettura
SpaceX e xAI Musk punta ai data center nello spazio entro il
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La notizia è secca e semplice: SpaceX ha inglobato xAI e, da qui, il progetto prende ufficialmente la forma di un’idea ambiziosa — costruire data center nello spazio. A dirlo è stato lo stesso Elon Musk, ospite del podcast “Cheeky Pint” di Patrick Collison (con Dwarkesh Patel presente), dove ha tracciato le linee di quello che non è solo un sogno da fantascienza ma una strategia pensata per risolvere un problema molto concreto: la fame d’energia dell’AI moderna. Il ragionamento di base è immediato e affascinante: nello spazio i pannelli solari sono più efficienti — secondo Musk, fino a cinque volte più produttivi rispetto alla Terra — e questo abbatterebbe uno dei costi operativi più pesanti dei centri di calcolo.

C’è una precisione da registrare: Musk non si limita a un’idea vaga. Ha scandito una finestra temporale, quasi una scommessa pubblica, indicando il 2028 come l’anno in cui lo spazio potrebbe diventare “il luogo economicamente più conveniente per l’AI”. Ha parlato di 30-36 mesi come orizzonte per la svolta, e ha persino azzardato che tra cinque anni si lancerà e si gestirà in orbita più potenza di calcolo AI di quanta se ne produca cumulativamente a terra. È un’affermazione forte, che mette insieme ambizione tecnologica e fiducia nelle capacità di lancio e gestione di SpaceX, soprattutto considerando lo sviluppo di vettori come la Starship.

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Problemi pratici, dubbî tecnologici e la strada che rimane lunga

E qui arriva il punto dolente: efficienti o no, i pannelli solari non fanno sparire tutte le sfide. Per quanto sia vero che l’orbita offre irraggiamento solare continuo e quindi maggior rendimento elettrico, la gestione di un data center nello spazio non si esaurisce con la bolletta energetica. Dwarkesh Patel ha sollevato un’osservazione che molti tecnici condividono: le GPU si guastano — e si guastano spesso, durante sessioni estreme di training — e la manutenzione in orbita non è banale. Riparare, sostituire, raffreddare componenti ad alte prestazioni in ambiente spaziale implica costi e complessità che non vanno sottovalutati. E poi c’è tutto il resto: latenza per certi carichi di lavoro, costi di lancio e posizionamento, gestione del calore, rischi di detriti spaziali e affidabilità delle comunicazioni.

TechCrunch — giustamente — ha ricordato che il prezzo dell’energia è solo una variabile in un’equazione molto più ampia. Occorre considerare il TCO (total cost of ownership) completo: infrastrutture di lancio, hardware robusto, sistemi di manutenzione remota o robotica, e persino regolamentazione orbitale e accordi internazionali. Non è detto che un risparmio energetico si traduca automaticamente in un vantaggio economico netto. E poi, se la previsione per il 2030 parla di circa 200 GW di capacità globale dei data center e di un trilione di dollari di infrastrutture a terra, lo spostamento in orbita richiederebbe investimenti colossali e una scala di operazioni che oggi appare ancora teorica.

Detto questo, l’idea ha una sua logica: se gli aspetti ingegneristici legati al lancio, alla resilienza dei sistemi e alla manutenzione venissero risolti — magari con tecnologie di robotica in orbita, satelliti modulabili e componentistica studiata per l’ambiente spaziale — allora lo scenario potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui costruiamo e alimentiamo le reti neurali più grandi. SpaceX ha già un vantaggio competitivo in termini di accesso al cielo e alle economie di scala sui lanci; xAI porta know‑how algoritmico. La somma delle due cose è esattamente ciò che serve per tentare la prova su strada.

In sintesi: la proposta di Musk è audace e plausibile quanto provocatoria. Non è un “detto, fatto” — non ancora — ma è un piano che spinge a riflettere su quanto stia diventando radicale la domanda energetica dell’AI e su quanto il confine fra terra e orbita stia diventando non solo geografico, ma infrastrutturale. Se la scommessa verrà vinta, il 2028 potrebbe essere molto più che una data simbolica: potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per i data center. Se fallirà, ci avrà almeno costretto a rivedere i limiti del possibile.

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D'Orazi Dario
D'Orazi Dario

CEO di TecnoAndroid.it sono stato sempre appassionato di tecnologia. Appassionato di smartphone, tablet, PC e Droni sono sempre alla ricerca del device perfetto... Chissà se lo troverò mai... :)

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