Recenti rivelazioni legali correlate a documentazioni divulgate da poco hanno portato alla luce delle informazioni che svelano un dietro alle quinte del rapporto tra i colossi dei social media e gli utenti minorenni che fa decisamente riflettere, si tratta nello specifico di documentazioni di vario genere che riguardano colossi come Meta, Google, TikTok e Snap che mostrano una evidente consapevolezza di come i giovani, pur essendo la fascia più a rischio in termini di salute mentale, rappresentino un asset commerciale assolutamente strategico.
Un binomio pericoloso
I documenti mostrano come la conquista di un pubblico adolescente sia spesso stata una priorità totale, ad esempio nel 2016 Mark Zuckerberg definita le fascia di utenza come una priorità massima per la società, portando di fatto alla creazione di programmi per ambasciatori insieme allo studio di account privati ispirati ai cosiddetti “Finsta”, in modo da fidelizzare i giovani.
Dinamica similmente attuata da Google dal momento che quest’ultima riconosceva nel pubblico più giovane, una grande opportunità, spiccavano per l’appunto i bambini al di sotto i 13 anni come segmento di utenza Internet in più rapida crescita, dinamica che poneva l’uso scolastico dei Chromebook come strumento in grado di rafforzare la fedeltà futura al marchio di BigG.
Davanti a queste certezze economiche erano presenti però allo stesso tempo delle forti consapevolezze in merito ai rischi reputazione e di sicurezza correlati all’utilizzo di queste piattaforme da parte delle fasce più esposte, le aziende nello specifico temevano reazioni negative dell’opinione pubblica, difficoltà oggettive nel verificare l’età reale degli utenti e soprattutto problemi legati ai predatori, inpersonificazioni e benessere psicologico.
A riconoscere gli effetti negativi di tutto ciò erano soprattutto Google e Meta, spiccava ad esempio il possibile effetto negativo di funzionalità come l’auto play di YouTube che può e poteva andare a disturbare la regolarità del sonno degli adolescenti, associando il tutto a comportamenti compulsivi.
In ultimo dai dati diffusi emerge come le varie piattaforme erano anche consapevoli dell’utilizzo diffuso dei social media all’interno di contesti decisamente inappropriati come la scuola o da parte di utenti sotto l’età minima consentita, dinamica dietro la quale si cela almeno il tentativo di trovare un equilibrio tra crescita e tutela degli utenti, le aziende hanno portato avanti infatti studi sul benessere digitale, strumenti di gestione del tempo e limitazioni dell’utilizzo, tutti descritti come misure etiche pensate sia per tutelare l’utente ma anche per costruire un’immagine positiva e una crescita più sostenibile nel lungo periodo.
