Quando, all’inizio del 2025, Netflix ha interrotto il supporto a Google Cast, molti utenti hanno avuto la sensazione che mancasse un pezzo ormai “storico” dell’esperienza streaming. Per anni il casting è stato uno dei modi più immediati per portare un contenuto dallo smartphone alla TV. La rimozione è avvenuta senza annunci clamorosi, lasciando spazio a ipotesi e interpretazioni. A distanza di settimane, però, il quadro che emerge è molto più pragmatico: il casting non serve più a quasi nessuno. E Netflix ha semplicemente preso atto di un cambiamento già avvenuto.
I numeri che spiegano la scelta
Secondo analisi di settore emerse nelle ultime settimane, solo circa il 10% degli utenti Android utilizza ancora attivamente il casting. Una percentuale sorprendentemente bassa se si considera la diffusione della tecnologia: Google ha venduto oltre 100 milioni di dispositivi Chromecast prima di mandare in pensione la linea nel 2024, sostituendola con il nuovo Google TV Streamer.
Il successo commerciale del Chromecast, soprattutto nella seconda metà degli anni 2010, aveva fatto pensare al casting come a una rivoluzione permanente. In realtà, l’utilizzo reale è crollato progressivamente, fino a diventare una funzione di nicchia. Per una piattaforma come Netflix, mantenere e aggiornare una tecnologia usata da una minoranza sempre più ristretta ha smesso di avere senso.
Perché il casting è diventato superfluo
Il declino di Google Cast non è legato a un singolo fattore, ma a un’evoluzione complessiva del modo in cui consumiamo contenuti. Oggi lo streaming non è più un’estensione dello smartphone, ma un’esperienza nativa sulle TV. Le smart TV moderne e i dispositivi dedicati come Apple TV, Roku o lo stesso Google TV Streamer offrono app rapide, complete e perfettamente integrate. Avviare Netflix direttamente dalla TV è più veloce, più stabile e consente l’accesso a tutte le funzioni senza passaggi intermedi. In questo contesto, usare il telefono come “ponte” diventa non solo inutile, ma spesso scomodo.
C’è poi un aspetto più sottile, ma fondamentale: la visione è sempre più collettiva. Scegliere cosa guardare è diventato un rituale condiviso, fatto di scrolling sul grande schermo e decisioni prese insieme. Il casting, invece, nasce come gesto individuale, legato al dispositivo personale di una sola persona. Una dinamica che oggi si adatta male all’esperienza reale di visione.
Il silenzio di Netflix e le alternative possibili
Netflix non ha mai fornito una spiegazione ufficiale dettagliata sulla rimozione di Google Cast, ma il silenzio appare coerente con una decisione guidata dai dati. Quando una funzione non viene più utilizzata, smette di essere una priorità. C’è però anche un’altra lettura possibile. Netflix potrebbe voler spingere gli smartphone verso ruoli diversi, più interattivi, come controller o second screen in esperienze condivise, piuttosto che semplici telecomandi evoluti. Un approccio che apre a nuovi formati, senza vincolarsi a tecnologie percepite come legacy.
Va inoltre ricordato che Netflix è disponibile praticamente ovunque: smart TV, console, set-top box, computer. In un ecosistema così capillare, mantenere il supporto al casting solo per una piccola fetta di utenti affezionati rischia di diventare un costo non giustificato.
Il futuro incerto del casting
Il casting tradizionale sembra avviato verso un lento tramonto, ma non è detto che la tecnologia scompaia del tutto. La Connectivity Standards Alliance sta lavorando a Matter Casting, un’evoluzione teoricamente più moderna e interoperabile.
Il problema è che, al momento, il supporto è estremamente limitato e la comunicazione confusa. Molti dispositivi dichiarano compatibilità con Matter per la domotica, ma non con Matter Casting per lo streaming. Per l’utente finale distinguere le due cose è tutt’altro che semplice, e questo frena l’adozione di uno standard che dovrebbe puntare proprio sulla semplicità.
