Proviamo a guardare la corsa verso Marte con un pizzico di realismo: il problema non è tanto “se” ci arriveremo, ma quanto tempo dovremo passare chiusi in una scatola di metallo prima di toccare il suolo marziano. Attualmente, con i classici motori chimici che usiamo da decenni, il viaggio somiglia a una traversata oceanica d’altri tempi, un’odissea di otto mesi tra radiazioni cosmiche e muscoli che si indeboliscono per la mancanza di gravità.
Marte più vicino: la fisica dietro i motori termici nucleari
Per questo motivo, nei corridoi del MIT, giovani ricercatori come Taylor Hampson stanno lavorando su qualcosa che potrebbe finalmente accorciare le distanze: la propulsione termica nucleare, meglio conosciuta come NTP.
L’idea alla base del motore NTP è affascinante perché, pur sembrando pura fantascienza, si basa su un principio fisico piuttosto lineare. Invece di bruciare ossigeno e cherosene come farebbe un razzo tradizionale, qui abbiamo un piccolo ma potentissimo reattore nucleare che funge da scaldabagno hi-tech. Il motore prende dell’idrogeno liquido, lo fa passare attraverso il cuore del reattore e lo scalda a temperature così folli da farlo espandere violentemente. Quel gas bollente, sparato fuori dall’ugello posteriore, genera una spinta costante ed estremamente efficiente. Il risultato pratico? Potremmo arrivare su Marte in due o tre mesi. Cambia tutto: meno cibo da caricare a bordo, meno radiazioni per l’equipaggio e, soprattutto, meno tempo per impazzire di noia nello spazio profondo.
Tuttavia, come potete immaginare, far funzionare un reattore nucleare su un razzo che viaggia a migliaia di chilometri orari non è esattamente una passeggiata. Hampson sta dedicando le sue notti a simulare ogni singolo bullone di questo sistema, dalle pompe che spingono l’idrogeno fino ai condotti che devono resistere a pressioni mostruose. Uno dei momenti più critici non è il viaggio a velocità di crociera, ma l’accensione e lo spegnimento. Quando accendi il motore, passi dal freddo assoluto dello spazio a temperature solari in pochi secondi; quando lo spegni, il cuore del reattore continua a emettere calore residuo che va gestito con attenzione millimetrica per evitare che tutto si sciolga.
Per anni questa tecnologia è rimasta ferma nei cassetti della NASA perché considerata troppo costosa o semplicemente superflua. Ma oggi il vento è cambiato. Con il programma Artemis che punta a stabilire basi lunari e l’ambizione di SpaceX che spinge verso il Pianeta Rosso entro gli anni Trenta, il nucleare spaziale è passato da essere un tabù a diventare una necessità strategica.
Sotto la guida di esperti come il professor Koroush Shirvan, la ricerca sta dimostrando che i rischi sono gestibili e che il ritorno sull’investimento è immenso. In fondo, padroneggiare l’atomo nello spazio significa smettere di guardare Marte come una meta irraggiungibile e iniziare a considerarlo come il prossimo capitolo, molto più vicino di quanto pensassimo, della nostra storia di esploratori.
