La vicenda prende forma attorno ad Ashley St. Clair, indicata come ex moglie di Elon Musk e madre di uno dei suoi figli, che avrebbe promosso un’azione legale contro xAI. Al centro del caso figurerebbe il comportamento di Grok, chatbot integrato nella piattaforma X, accusato di aver generato deepfake sessualmente espliciti senza consenso. Secondo quanto riportato da fonti giornalistiche statunitensi, l’assistente avrebbe risposto positivamente a richieste di manipolazione di immagini femminili, simulando la rimozione di vestiti o l’inserimento in contesti a sfondo sessuale. La questione avrebbe assunto particolare gravità per la presenza di contenuti AI che richiamerebbero soggetti apparentemente minorenni, elemento che avrebbe acceso l’attenzione di autorità e legislatori in diversi Paesi. Il caso verrebbe descritto come emblematico dei rischi connessi a strumenti di intelligenza artificiale rilasciati al pubblico senza adeguate barriere.
La strategia legale e la Section 230
L’azione giudiziaria sarebbe stata avviata inizialmente presso un tribunale dello Stato di New York, con la richiesta di un’ingiunzione volta a bloccare la produzione di ulteriori contenuti che coinvolgano l’immagine della St. Clair. Il procedimento sarebbe stato poi trasferito alla giurisdizione federale. La tesi centrale punterebbe sulla presunta creazione di un disturbo pubblico e sulla messa in commercio di un prodotto considerato pericoloso per impostazione tecnica. Secondo l’impostazione legale riportata dal Wall Street Journal, la storica Section 230 non dovrebbe applicarsi. Perché? Poiché i contenuti generati da Grok verrebbero considerati una creazione diretta della società e non materiale di terzi ospitato passivamente. Tale argomentazione rientrerebbe in una linea già sperimentata contro grandi piattaforme tecnologiche, cercando di superare le tradizionali tutele normative.
La risposta di xAI sarebbe arrivata con una controazione legale depositata presso il tribunale federale del Texas settentrionale. La società avrebbe sostenuto la violazione dei termini contrattuali, che imporrebbero di concentrare eventuali controversie in quella giurisdizione specifica. Sul piano comunicativo, l’azienda avrebbe liquidato le richieste di chiarimento della stampa con una frase lapidaria, interpretata come un attacco ai media tradizionali.
