Per una settantina di lavoratori di Badia al Pino, in provincia di Arezzo, il 31 dicembre non è stato il giorno dei bilanci di fine anno o dei buoni propositi, ma quello in cui il lavoro è sparito. Una videochiamata, fredda e impersonale, e poi la comunicazione: dal giorno dopo, primo gennaio 2026, Amom avrebbe chiuso. Così ha deciso Oerlikon, la multinazionale svizzera che controlla l’azienda. Il dettaglio più amaro non è solo la chiusura in sé, ma il modo in cui è arrivata. Nessun percorso graduale, nessun confronto preventivo, nessun segnale che lasciasse immaginare una fine così brusca. Dal lavoro alla disoccupazione nel giro di una notte, mentre il resto del Paese si preparava a festeggiare l’anno nuovo. Un passaggio che per chi lo subisce è concreto, immediato e destabilizzante.
Lavoratori Amom licenziati ad Arezzo con una videochiamata
La reazione dei sindacati è stata inevitabile. Fiom Cgil ha subito aperto il confronto con Confindustria e con i rappresentanti di Oerlikon, cercando uno spiraglio che potesse almeno rallentare l’impatto della decisione. Le richieste erano chiare: revocare i licenziamenti collettivi oppure individuare strumenti di tutela diversi dalla cassa integrazione per cessazione di attività. Ma dall’altra parte il messaggio è stato sempre lo stesso, ripetuto senza variazioni: no.
Antonio Fascetto e Gianni Rialti, dirigenti della Fiom, lo hanno spiegato senza giri di parole. Nessuna disponibilità a ritirare la procedura, nessuna apertura sugli ammortizzatori sociali. Una linea dura che lascia poco spazio all’interpretazione. Ed è proprio ciò che rende la vicenda di Amom ancora più difficile da accettare.
Secondo il rappresentante sindacale Lorenzo Casini, è difficile spiegare una caduta così netta senza chiamare in causa scelte precise del gruppo. L’ipotesi è che ordini e clienti siano stati progressivamente spostati verso altri stabilimenti, lasciando Amom svuotata, marginale, fino a renderne quasi inevitabile la chiusura. Ora il confronto si sposta a livello istituzionale. Il prossimo passaggio è fissato per il 14 gennaio negli uffici della Regione Toscana, dove si tenterà di costruire un accordo che metta al centro non solo i bilanci, ma le persone.
