Alla chiusura del 2025, Mosseri ha scelto di usare Instagram in modo quasi controcorrente rispetto alla sua natura originaria. Niente selfie né storytelling personale, ma una riflessione densa e scomoda sul destino delle immagini nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Attraverso una sequenza di post, il numero uno della piattaforma ha messo in discussione un presupposto che per anni è stato implicito, ciò che vediamo online non è necessariamente un frammento autentico di realtà. Secondo Mosseri, l’idea di Instagram come diario fotografico è ormai un ricordo lontano, superato da un flusso continuo di contenuti sintetici, manipolati o interamente generati da sistemi automatici.
Il punto non è solo tecnologico, ma culturale. Per decenni fotografie e video hanno goduto di uno status privilegiato, quello di “prove visive”, elementi capaci di raccontare il mondo senza bisogno di troppe spiegazioni. Oggi quel patto di fiducia si è incrinato. Mosseri sostiene che la reazione più sana non sia la nostalgia, bensì un cambio di mentalità, passare dalla fiducia automatica alla verifica consapevole. In altre parole, imparare a chiedersi chi ha creato un contenuto, perché lo ha fatto e con quali strumenti, anche quando l’immagine appare convincente. È una richiesta impegnativa, soprattutto perché va contro l’istinto umano di credere a ciò che gli occhi percepiscono come reale.
Instagram, Mosseri e l’avviso per tutti
Accanto alle riflessioni teoriche, Mosseri ha tracciato anche le linee guida di come Instagram intende muoversi. L’idea è quella di intervenire sul design e sugli algoritmi per rendere più visibili le differenze tra contenuti autentici e contenuti generati dall’AI, introducendo etichette, segnali di credibilità e sistemi che valorizzino l’originalità. Non si tratta, nelle sue parole, di demonizzare la produzione artificiale, che può esprimere creatività e qualità, ma di evitare che vero e falso si confondono.
Eppure, il passaggio più rivelatore non è arrivato dal post, ma dalle reazioni. I commenti degli utenti hanno messo in luce una frattura sempre più evidente tra la visione dirigenziale e l’esperienza quotidiana di chi usa la piattaforma. Molti accusano Instagram di essere diventato un ambiente prevedibile, saturo di contenuti simili, governato da algoritmi che interpretano ogni pausa di pochi secondi come un segnale di interesse. Lo scroll frenetico, raccontano in tanti, non è più svago ma una strategia difensiva per evitare di essere intrappolati in suggerimenti ripetitivi.
C’è anche chi ricorda un Instagram più leggero, più spontaneo, e collega il calo di coinvolgimento degli ultimi anni a una perdita di identità. In questo contesto, le parole di Mosseri sull’AI appaiono lucide ma incomplete. Riconoscere il problema della realtà visiva non basta se la piattaforma fatica a rispondere alle esigenze emotive e creative dei suoi utenti. Forse, prima ancora di educare lo sguardo sul vero e sul falso, Instagram dovrebbe interrogarsi su ciò che ha smesso di offrire lungo il cammino.
