Se si guarda al 2025 con un minimo di distanza, la sensazione è quella di un anno che non ha fatto sconti a nessuno. Il bilancio finale dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato insieme al Gruppo Unipol, restituisce l’immagine di un Paese che prova a reagire, ma che continua a rincorrere gli eventi invece di anticiparli. Non mancano iniziative, progetti, parole spese su biodiversità e crisi climatica, ma quando si passa dai propositi ai fatti il quadro resta fragile, pieno di crepe che ormai conosciamo fin troppo bene.
Danni, infrastrutture fragili e record di caldo: il 2025 climatico dell’Italia
I numeri parlano chiaro, anche senza bisogno di enfatizzarli. Nel corso del 2025 sono stati registrati 376 eventi meteo estremi su tutto il territorio nazionale, quasi il 6% in più rispetto all’anno precedente. È il secondo dato peggiore degli ultimi undici anni, superato soltanto dal 2023. Non è una statistica astratta: dietro ci sono strade allagate, quartieri isolati, fiumi che escono dagli argini e raffiche di vento che si portano via tetti, alberi e certezze. Gli allagamenti causati da piogge intense restano il fenomeno più frequente, seguiti dai danni da vento e dalle esondazioni fluviali, ma ciò che colpisce davvero è la velocità con cui alcune criticità stanno accelerando. Le temperature record, ad esempio, crescono quasi del doppio rispetto all’anno precedente, mentre frane e danni legati al vento aumentano in modo deciso, come se il territorio fosse sempre meno in grado di assorbire gli shock.
La geografia di questi eventi racconta una storia nota, ma non per questo meno preoccupante. Il Nord continua a essere l’area più colpita, con città come Genova che ormai compaiono stabilmente ai primi posti per numero di eventi estremi. Milano, Palermo, Firenze, Torino: nomi che non sorprendono più e che dimostrano come il problema non sia confinato a una singola area del Paese. Le infrastrutture, intanto, mostrano tutti i loro limiti. Nel 2025 treni e trasporto pubblico locale hanno subito interruzioni e disagi ripetuti a causa di piogge violente, frane, vento e ondate di calore. Segnali di un sistema che regge sempre meno sotto la pressione di un clima che cambia più in fretta delle politiche pensate per affrontarlo.
376 eventi meteo estremi in un anno, dal nord al sud nessuno escluso
Il conto economico di tutto questo è pesante. Secondo Legambiente, tra alluvioni, siccità e caldo estremo, i danni del 2025 arrivano a sfiorare i 12 miliardi di euro. E senza un cambio di rotta concreto, la cifra potrebbe triplicare entro pochi anni. Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, approvato già nel 2023, resta però bloccato, privo delle risorse necessarie per trasformarsi da documento a strumento operativo. Nel frattempo, la siccità continua a mordere soprattutto il Sud, con Sardegna, Sicilia e Puglia alle prese con mesi difficili che mettono in ginocchio agricoltura e allevamenti.
A rendere il quadro ancora più amaro c’è il dato globale: il 2025 si avvia a essere uno degli anni più caldi mai registrati. Le parole di Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, suonano come un richiamo che non ammette più rinvii. Continuare a rincorrere le emergenze significa accettare che il prezzo lo paghino sempre cittadini, territori ed economia. La crisi climatica non è più una previsione futura, è una presenza quotidiana. Ignorarla, a questo punto, non è solo miope: è una scelta.
