Nel primo semestre del 2025 Cloudflare ha cambiato passo nella lotta allo streaming illegale, registrando un aumento senza precedenti delle azioni di rimozione dei contenuti che violano il copyright. I dati arrivano dall’ultimo Transparency Report della società e parlano di un incremento del 3.800% dei takedown rispetto ai sei mesi precedenti, accompagnato dalla chiusura di oltre 20 mila account di storage collegati alla diffusione non autorizzata di eventi sportivi.
Il dato non rappresenta solo una crescita numerica, ma segnala un cambiamento strutturale nel modo in cui viene affrontata la pirateria online, in particolare quella legata allo sport in diretta.
Un ruolo centrale e complesso nel web globale
Cloudflare gestisce un’infrastruttura che, secondo le stime aziendali, supporta quasi il 20% del web globale. Una posizione che rende inevitabile il coinvolgimento nel dibattito sulla tutela del diritto d’autore. I servizi dell’azienda sono utilizzati sia da grandi gruppi internazionali, incluse numerose realtà Fortune 500, sia da siti coinvolti in attività illecite.
Per anni l’approccio è stato improntato alla neutralità sul fronte CDN, con la semplice trasmissione delle segnalazioni di violazione ai provider di hosting. Diversa è sempre stata la linea adottata per i servizi di hosting gestiti direttamente, dove le azioni di rimozione sono cresciute in modo progressivo fino all’accelerazione registrata nel 2025.
I casi di Italia e Spagna e il tema dell’overblocking
Tra gli effetti collaterali delle misure anti-pirateria emergono i casi di Italia e Spagna, dove alcuni provider sono stati obbligati a bloccare porzioni dell’infrastruttura Cloudflare per rispettare ordini di IP blocking contro lo streaming sportivo non autorizzato. Secondo l’azienda, questi interventi hanno avuto conseguenze estese, coinvolgendo anche siti e servizi del tutto legittimi.
In questo contesto, Cloudflare ha criticato apertamente l’approccio adottato da LaLiga, ritenuto sproporzionato. Il blocco per indirizzo IP, secondo l’azienda, finisce per limitare l’accesso a parti rilevanti di Internet durante le fasce orarie delle partite, penalizzando utenti e servizi estranei alle violazioni.
Il modello britannico e le soluzioni mirate
Nel Regno Unito il quadro è differente. Cloudflare ha avviato una forma di cooperazione volontaria, iniziando a bloccare alcuni domini sulla base di ordini di site blocking più datati, anche senza essere parte diretta dei procedimenti. Il modello ricorda quello adottato da Google in altri Paesi.
In questi casi l’accesso viene interrotto tramite una pagina interstiziale con codice HTTP 451, che rimanda all’ordine giudiziario e offre un percorso di contestazione. Secondo il CEO Matthew Paine, questa strategia punta a soluzioni più mirate, evitando pratiche di overblocking considerate eccessive.
L’aumento dei takedown automatizzati e le sperimentazioni in corso indicano una fase di enforcement più intensa, con Cloudflare decisa a rafforzare il contrasto alla pirateria senza rinunciare ai principi di base dell’architettura di Internet.
