Il confine tra un film di Hollywood e la realtà si sta facendo sottile come un foglio di carta, e la colpa (o il merito) è di aziende come Foundation. Questi ragazzi di San Francisco non hanno intenzione di giocare in piccolo: hanno presentato il loro Phantom MK-1 non come un giocattolo tecnologico per fare video virali su YouTube, ma come un “soldato” di metallo pronto a prendersi i rischi che noi umani preferiremmo evitare. Il concetto è quello del “first body in”, ovvero la prima sagoma che varca la soglia di una stanza pericolosa, di una zona contaminata o di un campo minato. Invece di mandare un uomo in carne e ossa, ci mandano lui, un bestione di un metro e settantacinque per ottanta chili che non prova paura e, soprattutto, non ha una famiglia a casa che lo aspetta.
Phantom MK-1: il robot da mandare dove gli umani non dovrebbero entrare
La cosa che lascia davvero a bocca aperta non è solo il robot in sé, ma la scala industriale che hanno in mente. Sentire parlare di 50.000 unità prodotte entro il 2027 fa quasi sorridere chi conosce quanto sia difficile assemblare anche solo dieci robot umanoidi che non inciampino sui propri piedi. Eppure, dietro questa sfida c’è gente che ha lavorato in Tesla e SpaceX, persone che sanno cosa significa passare dal disegno su carta a una catena di montaggio che sforna prodotti a ritmo serrato. Non vogliono perdere tempo a costruire fabbriche fantascientifiche completamente automatizzate fin dal primo giorno; preferiscono un approccio più “sporco” e manuale all’inizio, pur di mettere i robot in strada il prima possibile.
Certo, la strategia economica è di quelle che fanno discutere. Centomila dollari l’anno per il leasing di un singolo robot sono una cifra che farebbe tremare qualsiasi ufficio acquisti, ma la logica di Foundation è brutale nella sua semplicità: il Phantom non dorme, non va in ferie e può coprire tre turni di lavoro senza chiedere aumenti. Se lo paragoni al costo di una squadra specializzata in bonifica ordigni o in gestione di materiali tossici, il conto inizia a tornare. Il problema resta però la prova sul campo. Finora abbiamo visto i robot camminare bene nei laboratori o fare capriole in ambienti controllati, ma vederli operare sotto la pioggia, nel fango o tra le macerie di un crollo è tutta un’altra storia.
Foundation vuole portare robot umanoidi nelle missioni più pericolose
Tecnicamente, il Phantom MK-1 cerca di essere concreto più che appariscente. Niente sensori laser costosi e fragili come i LiDAR che vediamo sulle auto a guida autonoma; qui si punta tutto sulle telecamere e su motori interni (gli attuatori) pensati per essere fluidi e silenziosi. L’idea è che debba essere uno strumento affidabile, non un computer delicato che si rompe al primo urto. Se riusciranno davvero a rispettare queste scadenze folli, entro un paio d’anni potremmo smettere di stupirci vedendo un umanoide al lavoro e iniziare a considerarlo una presenza normale nei momenti più critici delle nostre emergenze.
