L’espansione dei data center dedicati all’AI sta mettendo sotto pressione il sistema energetico statunitense come poche altre trasformazioni industriali recenti. Algoritmi sempre più complessi, modelli addestrati su scala colossale e infrastrutture che devono restare operative senza interruzioni stanno spingendo aziende e istituzioni a guardare oltre le fonti tradizionali. In questo contesto prende forma una proposta interessante, ovvero utilizzare reattori nucleari navali dismessi per alimentare grandi poli di calcolo AI.
L’idea nasce in Texas, dove HGP Intelligent Energy ha messo nero su bianco una proposta indirizzata alle autorità federali. Il concetto è semplice. Consiste nel recuperare reattori provenienti da portaerei e sottomarini a fine carriera, ancora tecnicamente funzionanti, e impiegarli come fonte energetica stabile per data center di nuova generazione. Si parla di una potenza continua nell’ordine di diverse centinaia di megawatt, sufficiente a sostenere strutture dedicate all’AI senza dipendere dall’andamento della rete elettrica nazionale o da fonti intermittenti.
Il progetto, almeno sulla carta, non nasce nel vuoto. La possibile collocazione nei pressi di Oak Ridge, in Tennessee, intercetta un territorio che convive da decenni con il nucleare, sia sul piano industriale sia su quello scientifico. Qui competenze, infrastrutture e una certa familiarità culturale con questo tipo di tecnologia potrebbero ridurre gli attriti iniziali.
AI, costi e timori: tra vantaggi economici e nodi non ancora risolti
Uno degli elementi più forti a sostegno della proposta riguarda i costi. Riutilizzare reattori esistenti significherebbe aggirare una delle principali barriere del nucleare civile, i tempi lunghissimi e le spese elevate per costruire nuovi impianti. Secondo le stime, il costo per megawatt sarebbe nettamente inferiore rispetto a quello di centrali tradizionali o reattori modulari di nuova concezione. In un momento in cui l’AI divora risorse energetiche e capitali, questa differenza potrebbe fare la distinzione tra progetti sostenibili e iniziative destinate a restare sulla carta.
C’è poi il fattore tempo. Mentre un impianto nucleare convenzionale può richiedere oltre un decennio prima di entrare in funzione, la riconversione di reattori navali promette un’accelerazione importante. Rapidità però non significa assenza di ostacoli. Il passaggio da uso militare a civile comporta un percorso regolatorio complesso, che coinvolge più agenzie federali e apre domande delicati sulla gestione delle scorie, sul trasporto dei reattori e sulla loro integrazione in un contesto non bellico.
Ed è proprio qui che emergono le resistenze. L’idea di spostare e riutilizzare reattori progettati per operare in mare solleva timori legati alla sicurezza e all’accettazione pubblica. Insomma, la proposta non rappresenta una risposta definitiva, ma un segnale forte. La corsa all’AI sta costringendo il Paese a riconsiderare confini tecnologici, politici ed energetici che fino a pochi anni fa sembravano intoccabili.
