Nel settore dell’esplorazione mineraria un dettaglio invisibile potrebbe fare la differenza. Si tratta di minuscole tracce di elio rimaste intrappolate nelle rocce per centinaia di milioni di anni. Secondo una nuova ricerca internazionale, tale gas nobile potrebbe diventare un indicatore affidabile. Utile per individuare i grandi giacimenti d’oro ancora nascosti. Lo studio è stato condotto da un team guidato da ricercatori dell’Università di Glasgow e dello Scottish Universities Environmental Research Centre. I quali hanno analizzato campioni provenienti da alcuni dei principali distretti auriferi di Scozia e Irlanda. Al centro dell’indagine vi è il rapporto tra due isotopi dell’elio: l’elio-3 e l’elio-4. Entrambi rilevati all’interno di minerali solforati associati alla mineralizzazione aurifera. Mentre l’elio-4 è tipico delle rocce della crosta terrestre, l’elio-3 è considerato una firma chimica dei materiali provenienti dal mantello.
Ecco come un isotopo di elio può essere usato per trovare giacimenti d’oro
Le misurazioni, effettuate tramite spettrometria di massa ad alta precisione. Mostrano che tutti i principali giacimenti appartenenti all’orogene caledoniano contengono una componente significativa di elio di origine profonda. Un dato che rafforza l’ipotesi secondo cui il mantello terrestre abbia avuto un ruolo diretto non solo come fonte di energia, ma anche come motore dei processi che hanno concentrato l’oro nella crosta.
L’area studiata rientra nella vasta cintura montuosa caledoniana, una struttura lunga circa 1.800 chilometri che si estende dal Nord America alla Scandinavia. Tale catena si è formata tra 490 e 390 milioni di anni fa, durante la collisione di antiche placche continentali. Un evento che ha prodotto intense deformazioni crostali e la formazione di grandi corpi granitici. Per anni, il dibattito scientifico si è diviso tra chi attribuiva l’origine dell’oro a processi profondi e chi, invece, a fluidi generati dal riscaldamento delle rocce crostali durante le fasi tettoniche.
I nuovi dati isotopici sembrano ora spostare l’equilibrio verso la prima interpretazione. In particolare, i ricercatori hanno osservato che i giacimenti più estesi mostrano segnali isotopici più marcati e temperature dei fluidi mineralizzanti più elevate. Suggerendo una correlazione diretta tra intensità del contributo mantellare e dimensioni finali del deposito.
E non è tutto. L’analisi degli isotopi di elio potrebbe diventare uno strumento preliminare per valutare il potenziale di nuove aree di ricerca, Permettendo così di distinguere in anticipo i sistemi più promettenti e riducendo sprechi e impatti ambientali. Al momento, non è chiaro se tale approccio può essere esteso anche ad altri metalli critici per le tecnologie moderne.
