Dobbiamo toglierci dalla testa un’idea romantica: quella che l’intelligenza artificiale sia un’entità eterea che vive nell’aria, senza peso e senza impatto. La verità è molto più “terrestre”, nel senso più schietto del termine: l’AI ha una fame di energia che sta diventando insaziabile, e la sua impronta ecologica è una cosa che non possiamo più ignorare con leggerezza.
Certo, si parla di portare i server in orbita per bypassare i problemi ambientali, una trovata geniale ma che, ammettiamolo, sa ancora di fantascienza spinta. Però, finché siamo qui con i piedi per terra, dobbiamo affrontare il dramma dei data center che lavorano senza sosta per farci avere quella risposta pronta, quella foto generata o quel video pazzesco.
L’AI consuma quanto intere nazioni: il vero costo energetico
Provate a pensarci un attimo: ogni volta che fate una domanda complessa a un modello come GPT-4, state chiedendo al sistema di succhiare circa 0,43 Wh di energia. Magari è poco più di quello che consuma una lampadina LED tenuta accesa per un minuto. Ma il problema non è la singola query. Il problema è che lo stiamo facendo tutti, sempre, e contemporaneamente. Milioni di persone, decine di volte al giorno. E se la domanda è più complessa, l’assorbimento può schizzare fino a 4 Wh. Lo stesso Google, con il suo Gemini, ha stimato un consumo non indifferente, circa 0,24 Wh per ogni singola interazione.
Dietro la magia della generazione digitale, c’è un gigantesco complesso industriale di server che non solo hanno bisogno di elettricità, ma hanno anche bisogno di tantissima acqua per raffreddarsi. E i numeri che ci mette davanti l’Agenzia Internazionale dell’Energia sono di quelli che fanno tremare i polsi: entro il 2026, i data center potrebbero superare i 1.000 TWh di consumo annuo. Ragazzi, stiamo parlando di una cifra che è più del doppio di quanto consumavano nel 2022, un fabbisogno energetico che eguaglia, se non supera, quello di intere nazioni! Tutta colpa di questa corsa sfrenata all’AI generativa, unita allo streaming e ai servizi cloud che usiamo quotidianamente.
Le grandi Big Tech, quelle che guidano l’innovazione, sono le prime a fare i conti con questa realtà scomoda. Guardate Microsoft: tra il 2020 e il 2023, le loro emissioni di carbonio sono aumentate di quasi il 30%. E Google? Hanno visto le loro emissioni fare un balzo del 48% dal 2019. E se mettiamo insieme i colossi come Microsoft, Amazon e Meta, l’aumento complessivo delle emissioni indirette sfiora un incredibile 150% in soli tre anni. È come se avessimo messo il turbo all’impronta di carbonio della tecnologia, e ora stiamo cercando disperatamente il freno.
Non solo estero, anche l’Italia come parte del problema
E non pensate che l’Italia sia fuori da questa equazione. Anche da noi, tra il 2019 e il 2023, la richiesta di energia da parte dei data center è cresciuta del 144%, con Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte che fanno la parte del leone, divorando l’85% dei consumi nazionali.
Insomma, l’AI è una meraviglia, è il futuro, è la prossima grande cosa. Ma ha un costo molto tangibile, e non parlo solo di soldi. La vera, vera sfida per l’innovazione non sarà creare l’algoritmo più sofisticato, ma trovare il modo di renderlo sostenibile. Perché il cervello digitale potrà anche fluttuare nel cloud, ma il suo stomaco energetico è piantato ben saldo nella nostra rete elettrica e nell’ambiente. Dobbiamo imparare a nutrirlo con intelligenza.
