A Roma, durante la conferenza Space&Underwater, l’atmosfera è stata quella delle grandi occasioni ma con un sottotesto quasi urgente. Alessio Butti, sottosegretario con delega all’Innovazione, ha riportato l’attenzione su due dimensioni che di solito restano nascoste agli occhi del grande pubblico: il mondo dei cavi sottomarini e quello delle infrastrutture spaziali. Li ha definiti “nuovi territori sovrani”, ed è interessante quanto questa espressione calzi bene: si tratta di spazi immensi, delicati, strategici, nei quali l’Europa rischia davvero di non arrivare preparata.
Cavi, spazio e cloud: l’Europa rischia di perdere i suoi nuovi territori strategici
Butti ha insistito sul fatto che sotto i mari c’è un universo che sostiene quasi ogni gesto digitale che facciamo. Milioni di chilometri di cavi trasportano il nostro traffico dati, eppure il loro funzionamento è molto più fragile di quanto immaginiamo. Non serve un evento catastrofico per creare un problema: basta una rete da pesca trascinata nel punto sbagliato, un fondale che si affolla di nuove dorsali, oppure una tensione geopolitica. E quando qualcosa si guasta, non è detto che arrivi subito qualcuno a ripararlo. Le navi attrezzate sono poche e il tempo, in questi casi, è una variabile fondamentale. Più si aspetta, più un’interruzione può trasformarsi in un danno economico serio.
Da qui la proposta di una sorta di flotta europea dedicata alle riparazioni rapide. L’Italia, nel racconto di Butti, non vuole fare solo da comparsa. I punti strategici ci sono già: Palermo con il Sicily Hub, Genova come snodo verso le rotte digitali, La Spezia pensata come centro per la protezione delle infrastrutture subacquee. Il problema è che questa rete di luoghi ha fame di energia, soprattutto man mano che i data center diventano sempre più affamati. Butti ha suggerito che gli Smr, i piccoli reattori modulari, potrebbero dare quella stabilità che rinnovabili come eolico e fotovoltaico non garantiscono da sole.
Poi, il discorso ha sollevato lo sguardo verso lo spazio, che ormai è diventato un altro contesto congestionato. Satelliti in orbita bassa, costellazioni private, servizi in competizione: l’attuale regolamentazione internazionale, in vigore dagli anni Sessanta, semplicemente non basta più. Secondo Butti, l’Europa dovrebbe dotarsi di un sistema che gestisca autorizzazioni e responsabilità in modo moderno e armonizzato, prima che il cielo sopra di noi diventi terra di nessuno.
Smr, satelliti e reti programmabili: la nuova geopolitica delle connessioni
Le reti, intanto, si evolvono in parallelo. Le dorsali restano la struttura che regge tutto, ma il satellite guadagna un ruolo complementare. Fa da riserva, copre zone remote, interviene quando serve continuità. E la tecnologia direct-to-cell, già in test in Lombardia, apre la porta a un futuro in cui il telefono si aggancia direttamente al satellite come fosse la cosa più naturale del mondo. In questo scenario, le reti mobili diventano programmabili, si dividono in slice, e le API permettono agli operatori di costruire servizi quasi su misura.
Il filo che lega tutto? L’avanzata dell’intelligenza artificiale e del calcolo quantistico. Butti ha spiegato che l’Italia presenterà la sua strategia entro dicembre e che ogni accordo con le aziende del settore dovrà rispettare criteri precisi di apertura tecnologica e presenza sul territorio. Secondo lui, AI e quantum non sono mode passeggere ma strumenti che possono rendere più resilienti sia le reti sottomarine che quelle orbitanti: dalla manutenzione predittiva alla crittografia, dal routing intelligente al controllo del traffico spaziale.
In Europa, le leggi non mancano: pensiamo all’AI Act. Mancano però la velocità e, soprattutto, una consapevolezza diffusa del fatto che cavi, spazio e cloud non sono semplici infrastrutture, ma parti fondamentali della competizione economica globale. Per questo, ha concluso Butti, serve una visione comune, standard condivisi e decisioni rapide. Perché quello che oggi consideriamo “dietro le quinte” è già il palco principale.
